CHIAPAS :
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| LENTO, PERO AVANZO |
Ormai dopo
vent’anni dall’ apparizione dell’
Esercito Zapatista di Liberazione
Nazionale (Ezln) è stata superata quella sostanziale
disinformazione su questo movimento ,
messa in rilievo , nel 1998, da Sylvie Deneuve e Charles Reevee e che secondo loro rendeva alquanto acritica l’ entusiastica accoglienza dell'ideologia zapatista negli ambienti
anarchici e libertari occidentali. (cfr. brano) .
Brano da commentare: “ Nell’ età dell’oro
del “socialismo realmente inesistente”, c’erano i viaggi organizzati verso i
paesi dell’avvenire radioso. I fedeli venivano allora a manifestare il proprio
entusiasmo per una realtà messa in scena dai signori del luogo. Così sono stati
visitati l’URSS del socialismo dei soviet, la Cina del socialismo maoista,
l’Albania del socialismo in miniatura, Cuba del socialismo barbuto, il
Nicaragua del socialismo sandinista, eccetera. Guai a chi contestava il carattere oggettivo, scientifico,
indiscutibile di queste realtà costruite. Fino al giorno in cui questi sistemi
sono sprofondati. Si era creduto di vedere, e non s’era visto nulla!
Ciononostante ne è stata tratta qualche lezione? Bisogna credere di no! Ai
giorni nostri l’epicentro della rivolta
in queste regioni si è spostato verso Nord. Nella foresta Lacandona e nei suoi dintorni, i dati della politica marxista-leninista
tradizionale sono stati scombussolati dagli sconvolgimenti del mondo. Avendo un
nuovo ordine mondiale sostituito la divisione in due blocchi, i commissari politici hanno
aggiornato la propria identità e sono anche pronti a citare Bakunin, benché ,
per prudenza, preferiscono i testi di teologia della liberazione cristiana o
magari Shakespeare. Non c’è voluto di più perché i libertari, di Francia e di Navarra, si
convincessero che questa era la volta buona, e che un movimento politico e
militare poteva diventare portatore d’ideali di emancipazione sociale. Sono
stati la semplice evocazione di Zapata e il ricordo di un “ Messico al di sotto
del vulcano” ad averli sedotti? […]
Questi apostoli dello zapatismo sono, d’altra parte, incapaci di fornirci
la minima informazione e la minima testimonianza diretta su quanto accade nelle
campagne messicane: sulle azioni di occupazione, sulle forme organizzative
scelte dai contadini in lotta, sui loro obiettivi e sulle prospettive politiche
. E sono altrettanto incapaci di apportare il minimo elemento critico che ci
permetta di approfondire la conoscenza dell’organizzazione di avanguardia che
dirige la lotta armata, Infine il sostegno esterno all’ Ezln è
rimasto prigioniero della sua natura essenzialmente nazionalista …” (Sylvie Deneuve e Charles Reevee, Al di là del passamontagna del Sud-Est messicano :
1998)
Bibliografia: Sylvie
Deneuve e Charles Reevee, Al di là del passamontagna del Sud-Est messicano , NN 1998 pp. 12-13
Attualmente, a
differenza di allora, sussiste sullo zapatismo un ampia e documentata bibliografia e numerose sono anche le testimonianze
dirette sulla “democrazia
comunitaria” dei villaggi zapatisti da parte di libertari e libertarie stranieri, tra cui
italiani , i quali, per la loro
serietà d’ intenti , si distinguevano dai “turisti” occasionali e con paraocchi ideologici. Una
testimonianza di tale distinzione risale già ai primi tempi dell’ insurrezione
zapatista. (cfr. brano) .
Brano da commentare: “ Domanda: Si può parlare
di turismo rivoluzionario? Risposta: Per
alcuni certamente sì. Sono quelli che arrivano senza conoscere la realtà
zapatista, con l’unico scopo di vedere e conoscere Marcos, il mito. In genere
stanno lì due o tre giorni, contenti di avere parlato con un tizio
incappucciato. Poi qualcuno se ne va, incapace di sopportare la lontananza
dalle comodità occidentali. Altri restano cercando di rendersi utili, di
aiutare gli zapatisti. Ma in questo
molti si sentono in grado di fare delle critiche, di sputare sentenze, di dare
degli insegnamenti. Con le loro certezze ideologiche, e soprattutto l’arroganza
occidentale, pretendono di insegnare come si fa una rivoluzione ad una comunità
che ha resistito agli spagnoli per centinaia di anni, o
come si dovrebbe coltivare un orto o costruire una casa. Una visione paternalista, se non colonialista,
anche se nascosta da idee rivoluzionarie. […] Al contrario, per fortuna, c’è
chi arriva per capire, conoscere, aiutare, prima ancora di giudicare ed
“insegnare”. ( Intervista, nel 1997, di Giordano Cotichelli ad Alessandro Simoncini , che tornava da un viaggio in Chiapas durato più di quattro mesi)
Bibliografia: Intervista
di Giordano Cotichelli ad Alessandro Simoncini , Il Chiapas e noi in A Rivista anarchica n.
237 giugno 1997 p.32
Tra le testimonianze di quest’ultimo tipo
di “turisti”, autenticamente solidali, mi limito, in questo
post, per ragioni di spazio,a citare quelle che dall’
estate del 2014 sino al dicembre
gennaio-gennaio 2016 Orsetta Bellani scrisse dal Chiapas per A rivista anarchica e ora
raccolte nel libro Indios
senza re. Conversazioni con gli zapatisti su autononomia e
resistenza .
Particolarmente interessanti, a mio parere,
sono tra i temi affrontati , nel libro. : il problema femminile ( primo
brano), l’educazione della gioventù ( secondo brano) e il finale obiettivo del movimento (terzo
brano)
Brani da commentare: 1) “
Prima dell’arrivo dei conquistadores europei, nelle comunità indigene non
vigeva la parità tra i generi, ma il maschilismo e il patriarcato oggi
imperanti sono stati importati dal vecchio mondo. L’ invasione coloniale ha infatti imposto la
religione cristiana, portatrice dell’idea che la causa di tutti i mali è Eva,
la donna . Originariamente i popoli indigeni
rispettavano maggiormente la donna in quanto creatrice della vita, e in
certi casi le riservavano un ruolo centrale nella società. […] Oggi le
zapatiste, come molte altre donne chapaneche, lottano
per i propri diritti cercando di coinvolgere anche gli uomini. […] La Legge Rivoluzionaria delle Donne è in vigore nei
territori autonomi zapatisti e prevede, inoltre, il diritto per le donne a un
salario degno, a salute, educazione, a ricoprire incarichi politici e militari, a
non essere vittima di maltrattamenti e poter scegliere il proprio partner . […]
I diritti che le zapatiste rivendicano nella loro legge possono sembrarci scontati,
ma forse non lo erano per le nostre nonne, né lo sono per molte donne del
pianeta. Per le indigene del Chiapas rappresentano una vera e propria
rivoluzione. […] Molte rivendicazioni delle zapatiste, come di altre indigene
latino-americane, sono simili a quelle del femminismo urbano. Le donne chapaneche hanno rivisto le teorie del Nord geopolitico e le hanno
trasformate a partire, dalla propria cultura e cosmovisione, producendo nuovi
significati che sono stati a loro volta spunti di. I contenuti non devono
essere delle mere speculazioni intellettuali riflessione per il pensiero
femminista. E’ il cosiddetto “femminismo comunitario”, che combatte il
patriarcato a partire dal modo di pensare indigeno e “decolonizza” la parola
“femminismo” , figlia del pensiero
filosofico occidentale, pur nel rispetto della lotta delle donne europee e
nordamericane. “; 2) “ Il
sistema scolastico zapatista vuole “decolonizzare l’educazione” e segue i
principi del pedagogo brasiliano Paulo Freire. L’idea è che i programmi scolastici non
siano schemi fissi e granitici, ma delle
guide fluide che possono essere cambiate di volta in volta, e che prendono
forma attraverso il dialogo tra educatori, comunità e alunni. I contenuti non
devono essere delle mere speculazioni intellettuali, ma si devono calare nella
quotidianità degli alunni, riflettendo criticamente su situazioni esistenziali
significative per loro. […] Nella scuola della comunità Comandanta Ramona maschi e femmine dormono in stanze
separate ma contigue. Crescono insieme, s’innamorano, scoprono l’amicizia tra
uomo e donna. Queste ragazze studiano, prendono sicurezza in se stesse e nelle
proprie capacità, mentre vedono gli uomini intorno a loro cucinare e pulire. E’
una rivoluzione sociale, se si pensa che probabilmente le loro madri sono analfabete e sono uscite poco di casa,
educate a servire i loro padri e poi i
mariti e i figli.” ; 3) “ Il buen vivir è una filosofia di vita presente nella
cosmo visione e nelle pratiche dei popoli
nativi americani, e si modella a partire dal conmtatto tra la cultura indigena ancestrale e la civilizzazione
europea. […] Buen vivir non è vivere bene ,ma è avere una vita
degna, che dev’essere conquistata. Non è un’idea romantica di ritorno alla vita
silvestre, ma una proposta politica che implica una critica al concetto di
sviluppo e allo stile di vita occidentale, ambientalmente insostenibile. Il buen vivir è uno strumento di resistenza all’estyrattivismo
capitalista, e appare sempre più frequentemente nei comunicati dell’ EZLN.
Nelle lingue tzeltal e tzotzil
dei maja del
Chiapas, il
concetto di buen vivir viene designato con il termine lekil kukxlejal : “ Il lekil kukxlejal è la buona vita per antonomasia. Non è
un’utopia perché non si riferisce a un sogno inesistente. Il lekil kukxlejal è esistito, si è degradato però non si è estinto, ed è possibile
recuperarlo.” Il lekil kukxlejal non è un’azione soggettiva ma collettiva.
Si manifesta nella vita comunitaria che tiene la sua base nell’assemblea, è il
lavoro collettivo e la partecipazione alle feste, è difesa del territorio e
resistenza a modelli di vita non accettabili dalla comunità “. ( da Orsetta Bellani , Indios senza re….)
Bibliografia: Orsetta Bellani Indios
senza re. Conversazioni con gli zapatisti su autononomia e
resistenza, La
Fiaccola 2016 (primo brano) p. 38, 36, 39 L’ordine delle pagine segue quello delle mie
citazioni ( non so se è permesso farlo); (secondo brano) p. 49 e 50 ; (terzo brano) p. 99 e 100.
ROJAVA
ROJAVA: MURRAY BOOKCHIN E IL PASSAGGIO DAL MARXISMO-LENININISMO-MAOISMO AL CONFEDERALISMO DEMOCRATICO
A partire dal 2002 , le teorie dell'ecologia e del municipalismo libertario di Murray Bookchin ( cfr infra post: Anarchici americani contemporanei) svolsero una notevole
influenza sul leader curdo, Abdullah Ӧcalan e sul PKK ( Partito dei lavoratori curdi) ,
fondato nel 1978 e orientato , per
lungo tempo, su posizioni rigorosamente marxiste-leniniste. (cfr. brano) Brano da commentare: "L'Unione delle Comunità del Kurdistan (KCK) è l'organizzazione ombrello curda che comprende tutte le forze politiche di autodifesa e le associazioni della società civile legate al movimento di liberazione del Kurdistan, attive nella quattro regioni a maggioranza curda in Turchia, Siria, Iran e Iraq. Ha per scopo la
creazione della nazione curda “ una nazione senza Stato” e la
realizzazione del confederalismo
democratico, un sistema politico alternativo a quello statale, basato sulle
assemblee polari (nota mia: probabilmente vi è un errore), l’ecologismo
radicale, il femminismo e la democrazia
diretta. "( Dichiarazione , se ho capito bene, dell'Unione della Comunità del Kurdistan (KCK)
Bibliografia: , in Il Cantiere.Materiali di intervento dei comunisti anarchici nlla lotta di classe, mensile, anno 4, numero 30, novembre 2024 p. 18
Questa
evoluzione , in senso libertario, del pensiero politico e sociale di Ӧcalan e del PKK
è stata ben analizzata dalla compagna di Murray Bookchin , Janet Biehl in un suo articolo, da cui traggo alcuni frammenti. (cfr. brano)
Brano da commentare: “ …
Poi , nel febbraio 1999, dopo una spettacolare caccia all’uomo a livello
internazionale, Abdullah Ӧcalan fu
catturato in Kenja, arrestato e tradotto in Turchia per
subire un processo con l’accusa di tradimento. Seguì per Ӧcalan ,
una lunga fase di ripensamento. Dopo il crollo dell’Unione sovietica nel 1991,
egli era uno dei tanti personaggi della sinistra internazionale che avevano
respinto il marxismo-leninismo, il “socialismo reale”, lo stalinismo, in quanto
autoritari e dogmatici. Il popolo curdo, sosteneva, “ deve reagire alle
esigenze del momento storico” e “riconsiderare i principi, i programmi e le
modalità di azione- […] “ La situazione , tanto per i Turchi quanto
per i Curdi, sarebbe migliore in una Turchia veramente democratica”, affermò Ӧcalan
davanti agli inquirenti. “ E la Turchia non può essere una vera democrazia se
non riconosce l’esistenza e i diritti del popolo curdo [.. .] Quale che fosse
l’idea che gli inquirenti si erano fatti di quel messaggio, era del messaggero
che non si curavano: incriminarono Ӧcalan per tradimento e lo condannarono a morte.
Pochi anni dopo, la domanda di entrare nell’Unione Europea impose alla Turchia
di eliminare la pena di morte e la sentenza di Ӧcalan fu commutata in
ergastolo. Fu incarcerato nell’isola di di Imrali nel mar di Marmara. […] I suoi avvocati
gli portavano libri da leggere, testi di storia, di sociologia e di altri
argomenti. Tra il 2001 e il 2002 si interessò alle opere di Bookchin, soprattutto a Ecologia della libertà e a The rise of Urbanization, le cui traduzioni in turco erano state pubblicate diversi anni
prima. […] Anche se languiva dietro le sbarre, Ӧcalan riusciva a comunicare
con il popolo curdo attraverso i propri legali. Cominciò così a raccomandare Bookchin. Invitò tutti i sindaci
dei territori curdi a leggere Urbanization Without Cities e tutti i militanti a studiare L’
ecologia della libertà. […] Alla morte
di Bookchin, nel luglio 2006, l’assemblea del PKK ha reso omaggio a “uno dei
maggiori scienziati sociali del ventesimo secolo”. Bookchin “ ci ha introdotto al pensiero dell’ecologia sociale, - ha
dichiarato l’assemblea – e ha contribuito a sviluppare la teoria socialista per
farla avanzare su basi più solide.” Ha indicato come tradurre in realtà un
nuovo sistema democratico. “ Ha avanzato il concetto di confederalismo, un modello che noi crediamo creativo e
realizzabile “. L’ assemblea ha anche affermato : “ Le tesi [ di Bookchin ] sullo Stato, il potere, la gerarchia saranno messe in pratica e
attuate attraverso la nostra lotta [….] Realizzeremo questa promessa come prima
società che stabilisca un concreto confederalismo democratico “. […] Nel luglio 2011 un
congresso straordinario al Diyarbakir ( la capitale curda de facto) ha
dichiarato “l’autonomia democratica”,
intendendo con ciò che le città e i centri urbani curdi tradurranno in pratica
questo principio costituendo istituzioni democratiche e organizzazioni della
società civile. […] Le organizzazioni sono in fase di attuazione , ma se si
considera che sono state create in condizioni di costante repressione e di
guerra, è notevole quanto si è di già realizzato” ( Janet Biehl, La strana coppia , 2013 )
Bi bliografia : Janet
Biehl, La
strana coppia in A rivista anarchica n. 381, giugno 2013, p.
92, 95, 96. Cfr. anche a p. 95, dove Janet Biehl
riferisce i sentimenti di profonda e reciproca stima , che si scambiarono, per
lettera, Ӧcalan e Bookchin. Bisogna inoltre considderare che Janet Biehl tornando sull'argomento pur continuando a mettere in risalto le conquiste rivoluzionarie e libertarie nel Rojava ha anche espresso alcune perplessità su alcuni "aspetti inquietanti" di quel movimento, tra cui il culto della personalità riservato a Ӧcalan in Janet Biehl, I paradossi della liberazione in A rivista anarchica , n. 411 novembre 2016 p. 23 ss.

MILIZIANA E MILIZIANO CURDI
Sulle affinità e sulle
differenze tra il confederalismo democratico ,
soprattutto così come esso si sta realizzando nel Kurdistan, e il confederalismo anarchico è tuttora aperto, nell’ambito del movimento
anarchico, un dibattito, che, comunque, non può prescindere dal fondamentale
contributo dato ad entrambi questi due concetti dalla teoria del “municipalismo
libertario” di Bookchin . Mi limito ,
qui, a citare alcuni brani tratti da due contrapposte interpretazioni su questo complesso e
attualissimo problema. Il primo brano è di David Graeber e il secondo di Zafer Onat . Ed è, a mio parere, interessante notare che entrambi i
brani pongano particolarmente l'accento, anche se per giungere poi a
conclusioni diverse , sul fenomeno delle milizie nella rivoluzione sociale
spagnola (cfr. post "LOS MILICIANOS .....) e nella lotta per
la propria autonomia nel Kurdistan. " (cfr. brani)
Brani da commentare : 1)“ La regione autonoma del
Rojava,
così come esiste oggi, è uno dei pochi raggi di luce – un raggio di luce molto
luminoso, a dire il vero – a emergere dalla tragedia della Rivoluzione siriana.
Dopo avere scacciato gli agenti del
regime di Assad nel
2011, e nonostante l’ostilità di quasi tutti i suoi vicini, il Rojava non
solo ha mantenuto la sua indipendenza, ma si è configurato come un
considerevole esperimento democratico. Sono state create assemblee popolari che
costituiscono il supremo organo decisionale , consigli che rispettano un
attento equilibrio etnico (in ogni municipalità, per esempio, le tre cariche
più importanti devono essere ricoperte da un curdo, un arabo e un assiro o
armeno cristiano, e almeno uno dei tre deve essere una donna), ci sono consigli
delle donne e dei giovani, e , in un richiamo degno di nota alle Mujeres Libres ( Donne libere) della Spagna, un’armata
composta esclusivamente da donne, la milizia “YJA Star” ("l'Unione delle
donne libere”, la cui stella nel nome si riferisce all’antica dea mesopotamica Isthar),
che ha condotto una larga parte delle operazioni di combattimento contro le
forze dello Stato Islamico. [...] Il PKK ha dichiarato che esso non cerca
nemmeno più di creare uno Stato curdo. Invece, ispirato in parte dalla visione
dell'ecologista sociale e anarchico Murray Bookchin, ha adottato una visione di
"municipalismo libertario", invitando i curdi a formare libere
comunità basate sull'autogoverno, basate sui principi della democrazia diretta,
che si federeranno tra loro aldilà dei confini nazionali - che si spera che col
tempo diventino sempre più privi di significato. In questo modo, suggeriscono i
Curdi, la loro lotta potrebbe diventare un modello per un movimento globale
verso una radicale e genuina democrazia, un'economia cooperativa e la graduale
dissoluzione dello stato-nazione burocratico. [...] Ora l'ISIS è tornato con
una gran quantità di carri armati americani e di artiglieria pesante sottratti
alle forze irachene, per vendicarsi contro molte di quelle stesse milizie
rivoluzionarie a Kobané, dichiarando la loro intenzione di
massacrare e ridurre in schiavitù - l'intera popolazione civile.[...] Se oggi
c'è un analogo dei Falangisti assassini e superficialmente devoti a Franco, chi
potrebbe essere se non l'ISIS? Se c'è un analogo delle Mujeres Libres di
Spagna, chi potrebbe essere se non le coraggiose donne che difendono le
barricate a Kobané? ...." ( David Graeber: Perché il mondo sta
ignorando la rivoluzione dei Curdi in Siria? In The Guardian) ; 2) “ … Prima di tutto dobbiamo riconoscere
che il processo nella Rojava ha caratteristiche progressiste, come i
passi importanti nella direzione della liberazione della donna, come il
tentativo di costruire una giustizia laica e pro-sociale insieme ad una strutura democratica pluralista mentre ad altri
gruppi etnici e religiosi viene data una rappresentanza nella amministrazione.
Tuttavia il fatto che la struttura che sembra emergere
non miri alla eliminazione della proprietà privata e quindi alla abolizione
delle classi e che il sistema tribale rimanga con i leader tribali che
partecipano all’amministrazione, mostra che l’obiettivo non è la rimozione delle
relazioni feudali o dei rapporti capitalistici di produzione, ma è invece come
emerge dalle loro parole “ la costruzione di una nazione democratica. […] Su questo punto, è utile esaminare il
contratto sociale che definisce il confederalismo democratico che è alla base del sistema
politico in Rojava. […] In sintesi si afferma che la società di classe rimarrà e che ci
sarà un sistema politico federale, compatibile con il sistema globale e lo
Stato nazionale. […] Quando la Carta
Costituzionale viene analizzata nella sua globalità, l’obiettivo che emerge è
quello che non si va al di là di un sistema democratico borghese, che si chiama
confederalismo democratico. In sintesi, anche se le foto
delle due donne che portano il fucile (una scattata nella guerra civile
spagnola, l’altra fatta nella Rojava) che hanno fatto il giro dei social
media, corrispondono per somiglianza nel senso che si tratta di donne che
lottano per la loro libertà, è chiaro che le persone che combattono l’ISIS
nella Rojava non
lo fanno in questo momento per gli stessi obiettivi e ideali degli operai e dei
contadini poveri che hanno combattuto all’interno della CNT-FAI al fine di
rimuovere lo stato e la proprietà
privata del tutto. ….” ( Zafer Onat, Fantasie e realtà,
in anarkismo.net, 8 novembre 2014 )
Bibliografia: Primo
brano in David Graeber, Perché
il mondo sta ignorando la rivoluzione dei curdi in Siria ? in
Antropologia e pensiero libertario a cura di Andrea Staid
in A
Rivista anarchica n.
394, dicembre 2014 -gennaio 2015, pp. 17-18 e secondo brano in http://anarkismo.net/article/27578
DONNA ASSEGNATA ALLE FORZE DELLA DIFESA CIVILE
Per avere, infine, una maggiore comprensione della condizione delle donne
curde , nel Rojava, prima e dopo l’ avvento del confederalismo democratico nel Rojava, mi sembra utile la lettura
del libro Per Amore. La rivoluzione del Rojava
vista dalle donne di
Silvia Todeschini, in cui vengono
raccolte dall’autrice, durante la sua permanenza in quei luoghi, testimonianze
di vita di alcune donne curde, tra cui, per esempio, la giovane Niştiman , responsabile, tra
l’altro, delle donne del centro per l’arte e la cultura. (cfr. brano)
Brano da commentare : “ …
Ho cinque sorelle tutte più grandi di me. Avevamo un buon rapporto, ma adesso
che sono cresciute si sono sposate tutte. Ridevamo sempre assieme, era bello,
ma adesso che si sono sposate, tre sono andate in Europa, una in Turchia e una
sola è rimasta qui a Kobane. I miei fratelli, invece erano di mentalità conservatrice, non avevo un buon rapporto con loro. Non lasciavano
per esempio che noi ragazze uscissimo di casa. Secondo loro, noi donne dovevamo
tutto il tempo fare da mangiare, lavare i vestiti di tutti, non potevamo andare
al mercato da sole, dicevano che siamo donne e quindi non possiamo, che
dobbiamo stare in casa a fare i lavori, alcune mie sorelle non hanno neanche
potuto studiare. Le mie sorelle più grandi hanno fatto solo qualche giorno di
scuola, poi la famiglia ha detto loro che era una vergogna e non hanno potiuto
continuare. Un’ altra sorella ha finito il dodicesimo anno, voleva andare
all’università ma non ha potuto, sia perché era una vergogna ( “ayib”N)
che perché eravamo senza soldi. L’hanno data in sposa e basta. “ “ ayb è
una parola araba che significa “vergogna”. Viene
usata molto come arma psicologica contro la libertà delle donne, quando si dice
che una certa cosa è “ayb”, automaticamente la donna in questione
si ferma, smette di fare quello che sta facendo. E’ come un dogma, una parola
magica per controllare cosa è giusto o meno che le donne facciano. “ Se ci
vestiamo in maniera diversa dal solito o se ci innamoriamo, è “ayb”,
Per le donne rendono tutto “ayb”, una donna che va da sola al mercato
è “ayb “ perché i vestiti devono essere tutto il
tempo chiusi, è “ ayb “ mostrare i capelli o la pelle; è una
parola che il potere usa contro le donne. Bisogna che le donne non si
innamorino, che stiano a casa e che poi vadano a vivere con chi le chiede in
moglie. Tutto il resto è “ayb”. […] “ Perché si liberi la società,bisogna innanzitutto liberare le
donne. Se vuoi vivere in maniera libera, sono le donne che devi liberare. Nella società naturale si adorava la Dea
madre, e le prime a lavorare per costruire una società sono state le donne,
erano le prime ad aiutare chi aveva bisogno, perché si prendevano cura delle
bambine. Prima, le donne in Rojava erano chiuse, adesso piano piano
frequentano i perwerde , stiamo lavorando tutti assieme perché le donne ritornino libere.
Vogliamo che le donne si organizzino da sole, che vadano a lavorare senza
dipendere dagli uomini, che prendano il loro posto nelle unità di difesa,
vogliamo che le donne si autogestiscano sia dal punto di vista materiale che
spirituale. Se le donne sono oppresse la
società non può diventare libera. E’ per
questo che io sono responsabile delle donne qui: discuto con loro , perché
spesso sono le donne stesse ad essere conservatrici, perché non si facciano
schiacciare dall’idea di “ayb “,
per tutte queste ragioni diamo importanza all’autonomia. Siamo noi donne che
dobbiamo essere responsabili delle donne, non possono essere gli uomini a dirci
che cosa dobbiamo fare, prima gli uomini ci comandavano mentre adesso siamo noi
donne che ci prendiamo per mano e ci organizziamo automamente …” (Niştiman intervistata da Silvia Todeschini)
Bibliografia: in Silvia Todeschini, Per Amore. La rivoluzione del Rojava vista dalle donne. Alla Dea Madre
che vive in ciascuna di noi , 2016 pp. 114-115 e 121. L’autrice usa sovente il
termine “bambine” per indicare sia i bambini che le bambine, cfr. le sue
riflessioni sul plurale neutro al femminile a p. 2
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SAKINE CANZ
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SAKINE CANZ
All’interno del
movimento " confederale democratico" curdistano mi sembra che una figura emblematica sia stata SAKINE CANSIZ (nota anche con il nome di "HEVALA ( = compagna) SARA)" (1958-2013) Essa si
unì , assai giovane, al movimento
rivoluzionario curdo e divenne una cofondatrice del PKK (Partito dei lavoratori
del Kurdistan) . Nel 1978 fu arrestata
e rinchiusa nella prigione di Diyarbakir e sottoposta a pesanti
torture a cui reagì sempre con fierezza. Liberata nel 1991, Sakine Cansz si reinserì nella lotta
svolgendo importanti incarichi , sia sul
piano militare che politico, come membro del PKK e del Movimento per la Libertà
delle donne. Nel 2013 fu assassinata , presso la sede del Centro di
Informazione del Kurdistan, a Parigi in
rue Lafayette 147, insieme alle compagne FIDAN DOGAN e LEYLA SAYLEMEZ . Sui mandanti di questi
delitti non è stato ancora fatto piena luce .
Provvisoriamente, in attesa di leggere la autobiografia di Sakine Cansiz, di cui so, che, in
italiano sono usciti già due volumi, traggo , al fine di chiarire , almeno, in
parte, le idee, che in vita ispirarono il suo pensiero sulla condizione esistenziale della donna nella società tradizionale patriarcale curda un brano tratto da un’ ’intervista tenuta nel corso del
2010 . (cfr. brano)
Brano da commentare: “ Hevala Sara : “Quella che fin dall’inizio è stata una
componente delle analisi di Abdullah Ӧcalan è stato il parallelismo tra l’oppressione
e la colonizzazione del Kurdistan e la colonizzazione e l’oppressione delle
donne. Negli anni ‘70 è stata individuata un’analogia, che la società curda
veniva oppressa, schiavizzata, sfruttata e derubata della propria identità e
che la stessa condizione era doppiamente vera per le donne in Kurdistan.
Sotto il dominio patriarcale le donne vennero fatte tacere, non avevano una propria identità, né volontà di
esprimersi e forza di organizzarsi. Dall’analisi dell’oppressione nazionale e
dell’oppressione patriarcale e degli effetti della società e sulla donna
venivano alla luce molti paralleli. Ma
non si è mai trattato del fatto di vedere la donna come serva della nazione.
Abbiamo sempre definito la rivoluzione curda anche come una rivoluzione delle
donne e detto che la liberazione delle donne va di pari passo con la
liberazione della nazione. Ma non pensiamo che per questo ci sia un
automatismo. Ma che in effetti attraverso la rivoluzione delle donne viene
liberata anche la nazione. Sono due dinamiche che si completano a vicenda. Una
parte importante delle nostre analisi – anche delle analisi di Abdullah Ӧcalan sul
complesso famiglia, donne, uomini – è che è importante liberare la donna da una
posizione in cui viene vista come macchina per la riproduzione. Questo è anche
il motivo per cui rifiutiamo la forma
esistente di matrimonio e famiglia. Perché lì c’è l’idea di mantenere la tribù,
di dare continuità alla tribù e questo
fa parte del dominio maschile. Questo è un sistema di relazioni che noi
rifiutiamo. Per questo ci opponiamo alla famiglia classica. Questo è il
nocciolo della nostra critica alla famiglia ed alle strutture patriarcali, che
le donne siano intese come madri e fattrici. Nel nostro approccio filosofico
diciamo più che altro che se i bambini non hanno la possibilità di crescere in
una società libera e di parlare la propria lingua è meglio che non vengano
proprio al mondo. Invece di vivere senza libertà preferiamo non esistere.
Questo è il punto di vista filosofico dal quale partiamo. E’ un punto al quale
noi nel movimento delle donne reagiamo in modo molto allergico e proviamo anche
a fare più lavoro rispetto alla consapevolezza nella società. Perché all’uomo
curdo non è stato lasciato altro ambito di potere oltre alla famiglia. E poi
c’è l’idea che avere una famiglia grande significa avere molto potere. Ma tutto
questo avviene sulle spalle delle donne. Allora la sessualità non ha più niente
a che vedere con l’amore, molte hanno dovuto subirlo. Una gravidanza dopo l’altra
e chi ne soffre di più sono le donne. Allo stesso tempo però le donne intendono
i loro bambini come il loro solo bene e il loro unico compito. Per questo
troviamo importante che le donne abbiano una propria sicurezza in modo
indipendente dalla propria sfera di azione. La sessualità non deve essere usata
come strumento di dominio, ma anche in questo campo deve esserci
un’autodeterminazione delle donne .” ( A colloquio con Hevala Sara e le sue compagne sulle montagne di Kandi , testo tratto dal libro Resistenza e Utopie vissute , 2012 )
Sempre nella medesima intervista , “Hevala Sara” descrisse,
sempre partendo da un’ottica femminile,
anche il graduale passaggio da
una organizzazione prettamente marxista a quella confederale
democratica sottolineando come
quest’ultima riflettesse , in modo più fedele, l’antico matriarcato dell’epoca neolitica (cfr.brano)
Brano da commentare: “ Hevala Sara : “
L’inizio è stata l’organizzazione come unione delle donne YAJK. A quel tempo ,
nell’ambito dell’ideologia della liberazione delle donne, discutevamo sulla
possibilità di costruire un partito. L’ampiezza del lavoro e dell’organizzazione, sia in campo militare,
politico o organizzativo, aveva raggiunto un livello per cui definirlo con un
nome come “unione” sarebbe stato restrittivo e avrebbe dato l’idea di una
sezione femminile del PKK. Trovavamo giusto costruire su questo una nostra
identità politica in modo molto più forte. Anche se avevamo sempre critiche
rispetto al modello classico di partito, alla fine anche come movimento delle
donne abbiamo deciso di fondare un partito delle donne. […]
Sul nome all’epoca sono state fatte anche delle discussioni. La lotta
del PKK – ovvero dei lavoratori del Kurdistan – era quello che intendevamo come
nostra eredità e nostro punto di partenza.
Questo quindi si rispecchiava
anche nel nome –PJKK – partito delle lavoratrici del Kurdistan. Questo nome
esprimeva la comunanza tra la contraddizione di genere e quella di classe e la
questione nazionale. Nella fase successiva ci sono state ulteriori discussioni
ideologiche sul concetto di classe, su come lo si riempie o anche sulle
prospettiva universale della liberazione delle donne. Nella fase successiva ci
sono state ulteriori discussioni
ideologiche sul concetto di classe, su come lo si riempie o anche sulla
prospettiva universale della lotta di liberazione delle donne. Quindi nel terzo congresso si è deciso di cambiare il nome nel
contesto di questo dibattito. Anche se abbiamo rinunciato al termine
lavoratrici, questo non vuol dire che non continuiamo a ritenere necessaria la
lotta di classe. Ma pensiamo sia importante ampliare il concetto. Non potevamo
limitare la categoria donne al con concetto classico di lavoratrici. Era
importante invece mettere la contraddizione di genere al centro della lotta. In
questo contesto è avvenuto il cambiamento di nome in PJA- partito delle donne
libere. […] Un ulteriore punto di discussione era il concetto di “donna libera”
che è presente nel nome PJA. Su questo ci sono stati dibattiti, perché è un
nome molto ideale e nessuna di noi può dire di essere già una donna libera.
Si tratta invece del fatto di essere
determinate come donne e di lottare per la liberazione. Per questo c’è stata
una nuova riflessione e discussione e cosè nato il nome attuale del partito delle
donne PAJK- Partito della Libertà delle donne in Kurdistan. […] Il principio
dell’autonomia in realtà in una certa misura
è paragonabile a quella che
intendiamo come in una società che abbia le donne come riferimento. Le radici
di questo si trovano nell’organizzazione municipale neolitica della società,in
cui gli individui si potevano riconoscere e rappresentare secondo la propria
volontà. Naturalmente non si può fare uno per uno com’era all’epoca.Ma questo serve come spunto di ragionamento su come essere
costruita un’alternativa ai modelli
sociali dominanti. Le donne nella
loro storia hanno radici e riferimenti rispetto a come si possa configurare una
diversa organizzazione della società “ ( ( A colloquio con Hevala Sara e le sue compagne sulle montagne di Kandi , testo tratto dal libro Resistenza e Utopie vissute , 2012 )
Bibliografia: in Widerstand und gelebte Utopien a cura del collettivo di editrici presso CENI (Ufficio
delle donne curde per la pace) Mesopotmien Verlag, Neuss settembre 2012, (traduzione italiana) in http://www.retekurdistandiustan.it/resistenza-e-utopie-vissute/
 |
| BAMBINA CHE IMPARA A SCRIVERE IN CURDO O ARABO O SIRIACO, ECC, |
Importante è, in una società ispirata ai principi “confederali-democratici “, una istruzione che
voglia proporre , sin dall’ infanzia,
valori e metodi educativi alternativi a quelli dominanti, fondati su basi gerarchiche e autoritarie. L' intervista
di Silvia Todeschini a Raperin, giovane insegnante, con “ esperienza diretta nelle prime classi” pone in chiara luce le differenze tra la scuola
statale pre-rivoluzionaria e quella che stanno attualmente cercando di costruire. (cfr.
brano)
Brano da commentare : “ Ho studiato con il regime ed era
tutto diverso. A scuola, da bambine, nel cuore avevamo sempre paura. Io avevo
paura della maestra e del direttore, ci picchiavano. Non veniva mai chiesto
qual’era il nostro pensiero, la nostra opinione, se avessimo domande o che cosa volessimo sapere . Se facevamo una
domanda che non appariva nei libri di testo, ci dicevano che non potevamo , che
non avevamo diritto a una risposta perché non faceva parte del libro. Nelle scuole statali tutte
le materie erano legate agli arabi, al sistema Abbas, anche se vivevamo in
zona a maggioranza curda non studiavamo la nostra storia, anche attraverso la
scuola il sistema cercava di assimilarci. Noi bambine non eravamo a nostro agio
a scuola. Il sistema funzionava così per insegnare alle bambine a non pensare,
per fare in modo che non costruissero un loro pensiero, in particolare per noi
curde: a scuola non imparavamo. Era proibito parlare curdo, la nostra lingua.
Ho molte cicatrici nel cuore perché il sistema scolastico ci rendeva tristi ed
arrabbiate. Oggi è diverso, lo puoi vedere da te che le bambine sono contente e
rilassate. […] Il sistema scolastico , in questo
momento, come è strutturato? “ Per i primi tre anni le bambine seguono tutte le
lezioni nella loro lingua materna: le bambine curde in lingua curda, le bambine
arabe in lingua araba, e le bimbe siriache in siriaco. Al quarto anno, poi,
inseriamo gradualmente qualche ora di lingua straniera, l’arabo per le curde,
il curdo per le arabe, e l’inglese” [… ]
Chiedo a Rapelin di
dire ancora qualche parola sulle scuole elementari, visto che ha avuto
esperienza diretta come insegnante nelle prime classi. “ Innanzitutto secondo
il sistema che vogliamo instaurare, non vogliamo fare differenza tra
studentesse intelligenti o meno, tra quelle che hanno successo e quelli che
hanno più difficoltà. Siamo passati tutti nelle scuole dello Stato e conosciamo
bene i metodi che usa: quando una studentessa fa fatica viene trattata come una
diversa, le si dice “ te non sei brava, te non sei abbastanza intelligente” e
in questo modo lei si deprime e si annienta la sua motivazione. Ora invece, se
il livello di una studentessa non è sufficientemente alto, abbiamo molti metodi
per venirle incontro: la accompagniamo in modo speciale, le parliamo, giochiamo
con lei, in alcuni casi se non viene raggiunto l’obiettivo andiamo a visitarla
a casa, perché certe volte le bambine vivono problemi in famiglia che
impediscono loro di concentrarsi sull’ apprendimento. […] Il rapporto tra insegnante e studentessa ,
poi, è completamente , diverso da quello della scuola statale: prima le
insegnanti stavano in alto e le studentesse in basso; oggi la base del rapporto
insegnanti e studentesse è l’ amicizia ,
L’insegnante parla con le alunne, fa in modo che stiano a proprio agio, che
siano contente di studiare, in modo da dare loro motivazioni. ….” ( Intervista
di Silvia Todeschini alla giovane insegnante e attivista ,Raperin)
Bibliografia : in Silvia Todeschini, Per Amore. La rivoluzione del Rojava vista dalle donne. Alla Dea Madre
che vive in ciascuna di noi , 2016 pp. 144-
145 - 148
AGGIUNTA PER QUANTO RIGUARDA L' ALTERNATIVA DEL CONFEDERALISMO DEMOCRATICO DAL kURDISTAN ALLA PALESTINA.
Alla proposta per una soluzione della questione palestinese
con la creazione di due Stati/nazione,
uno ebraico e l’altro arabo , si oppose contemporaneamente l’idea, avanzata,
dai libertari e antistatalisti, di una Confederazione Israele- Palestina. Tra i
sostenitori di questo progetto , nel passato, mi limito a citare Hannah Arendt
(primo brano) Murray Bookchin (secondo brano) e il
movimento “ Matzpen, attivo tra gli anni sessanta e ottanta, così come lo ricorda Ilan Shalif, noto
come “ la storia vivente dell’ anarchismo in Israele”. ex militante del Matzpen
e poi di Anarchists Against the Wall (Anarchici contro il muro)
e della Federazione anarchica Ahdut [
Whida (Unità) . (terzo brano).
Brani da commentare: 1) “…Una struttura
federata, inoltre, dovrebbe basarsi su consigli istituiti dalla comunità
arabo-ebraica, il che starebbe ad indicare che il conflitto arabo- ebraico sarebbe riuscito al livello più concreto e
più promettente, quello del buon vicinato. […] Sfortunatamente, è molto
probabile che, in un’atmosfera d’isteria, simili proposte vengano respinte come
“pugnalate alla schiena” o come irrealistiche. Esse non sono né l’una né
l’altra; rappresentano, al contrario, il solo modo per salvare la realtà della
patria ebraica. […] L’autogoverno locale e i consigli urbani e rurali
arabo-ebraici, istituiti su piccola scala e quanto più numerosi possibile, sono
i soli provvedimenti politici realistici che possano alla fine condurre all’
emancipazione della Palestina. Non è ancora troppo tardi.”( Hannah Arendt, Salvare
la patria ebraica . C’ è ancora tempo (maggio 1948) ; 2) “Per anni ho sperato
che Israele o la Palestina potessero evolversi in una confederazione di ebrei e
arabi simile a quella svizzera, una confederazione in cui entrambi i popoli
avrebbero potuto vivere pacificamente tra loro e sviluppare le proprie culture
in modo creativo e armonioso. Non sono sicuro di quale sarà questa soluzione.
Ma certamente non sarà raggiunta con atti di terrorismo legati all'OLP contro
sindaci arabi indipendenti che cercano di negoziare un accordo tra i due popoli
da un lato, o contro pazzi come il rabbino Kahane dall'altro, che cercano di
espellere i palestinesi dalle loro terre e dalle loro comunità. Ma per quanto
cruciale possa essere un simile accordo, non dovremmo seppellire il vero
“problema centrale” del Medio Oriente, incarnato dai suoi cinici politici,
proprietari terrieri, baroni del petrolio, giunte militari, chierici fanatici e
predatori imperialisti, nel groviglio di tragici problemi emersi tra israeliani
e palestinesi. In questo contesto,
sarebbe saggio ricordare che entrambi i popoli hanno più interessi in comune
che differenze”. (Murray Bookchin, Attacks
on Israel Ignore………1986). 3) “ Qual era
l’alternativa che Matzpen proponeva per sostituire il sionismo? Una sorta di alternativa confederalista? Abbiamo proposto una rivoluzione della regione (non confinata
all’interno dei confini nazionali), e che dopo questa rivoluzione le comunità,
senza alcun governo o entità nazionale, avrebbero organizzato la società dal
basso verso l’alto. Abbiamo insistito sul fatto che non c’è posto per le entità nazionali. L’unica
alternativa possibile è un’unica società per palestinesi ed ebrei (e altre
minoranze) senza alcuna entità nazionale da confederare. Ci sono state
collaborazioni tra Matzpen e gruppi socialisti composti da arabi palestinesi? Ci
sono stati alcuni attivisti arabi che hanno collaborato con il Matzpen. Erano attratti dal nostro orientamento antisionista. In risposta, il Partito
Comunista ha cercato di incastrarci come traditori e agenti dei servizi
segreti. Abbiamo collaborato con persone arabe che erano vagamente legate al
movimento Al-Ard – un movimento che ruotava attorno all’idea che palestinesi,
ebrei e altri gruppi etnici vivessero in un unico Paese democratico e laico.
Questo era il tipo di attivisti arabi con cui eravamo in contatto”…. (
Intervista della rivista libertaria greca Aftoleksi all’anarchico
ebreo Ilan Shalif.);
Bibliografia: Primo brano
in Hannah Arendt, Ebraismo e modernità, Universale Economica , Feltrinelli 1986
pp.172-173. Secondo brano in, Murray Bookchin, Attacks on Israel
Ignore the Long History of Arab Conflict, Burligton Free Press, Sunday
, May
1986 in https://www.reddit.com/r/Anarchism/comments/6jp5v4/attacks_on_israel_ignore_the_long_history_of_arab/
( traduzione italiana on line). Terzo brano: Intervista a Ilan Shalif in Un anarchico in mezzo a un genocidio in https://umanitanova.org/un-anarchico-in-mezzo-al-genocidio/. Di Ilan Shalif, si veda anche Palestina un garbuglio che solo una rivoluzione non statale nella regione può risolvere in Il Cantiere.Materiali di intervento dei comunisti anarchici nlla lotta di classe, mensile, anno 4, numero 31, dicembre, 2024 pp 10- 11 . Cfr, anche l'interessante articolo di Yavor Tarinshi, Voci per una Confederazione Israele/Palestina, in Il Cantiere.Materiali di intervento dei comunisti anarchici nlla lotta di classe, mensile, anno 4, numero 30, novembre 2024 pp. 16-17, a cui ho attinto abbondantemente.
Concludo infine con la comunicazione , della Comunità del Kurdistan ( KCK( sul come risolvere la questione palestinese (cfr. brano) Brano da
commentare: “…..Quello che sta accadendo tra Palestina e Israele rivela quanto sia
importante l’approccio democratico teorizzato dal leader del popolo curdo Abdullah
Öcalan per la soluzione dei problemi in Medio Oriente. Sono migliaia le vittime
in seguito agli attacchi di Hamas e nei successivi bombardamenti di Israele,
soprattutto nella Striscia di Gaza. Come Movimento curdo per la libertà,
vorremmo esprimere le nostre condoglianze sia al popolo arabo
palestinese che al popolo ebraico di Israele. Non solo ciò che è successo finora, ma anche gli scenari di cui si parla per il futuro sono estremamente preoccupanti. Si tratta di condotte estremamente sbagliate che aggravano la situazione e sfociano nel massacro dei popoli. Così come i metodi di Hamas sono sbagliati, anche l'atteggiamento dello Stato israeliano è inaccettabile. Lo Stato israeliano deve porre fine agli attacchi e al blocco contro Gaza e non deve ricorrere in alcun modo alla violenza. Questa situazione non può che essere risolta con il riconoscimento dei diritti del popolo palestinese. [...] Il clima che si è andato a configurare tra Palestina e Israele dimostra con forza la necessità di un approccio diverso per la soluzione dei problemi in Medio Oriente. […] Non si risolve niente creando più Stati, come spesso si dice. Al contrario i problemi possono essere risolti solo rafforzando la società, sviluppando la democrazia e sviluppando una vita secondo la "nazione democratica" basata sull' autogoverno libero, equo e democratico e sulla volontà dei popoli. [....] La causa del popolo palestinese è legittima e niente può negarlo e come Movimento curdo per la libertà da sempre la sosteniamo, ci sono anche punti in comune con la nostra storia e affrontare sia la questione curda che quella palestinese indirizza verso un processo di democratizzazione in Medio Oriente. La soluzione della questione palestinese è una condizione fondamentale affinché tutti i popoli mediorientali, in particolare il popolo ebraico, possano vivere in libertà, sicurezza e pace. D'altra parte un approccio corretto e rispettoso ai drammi storici e ai genocidi vissuti dal popolo ebraico lo richiede assolutamente. Senza una soluzione alla questione palestinese, il popolo ebraico non può non sentirsi a proprio agio nella sua coscienza e non può condannare e sradicare il trattamento di cui è stato vittima ed essendo uno degli antichi popoli del Medio Oriente ha un ruolo molto importante nella formazione della cultura e della socialità mediorientale. Proprio come i popoli curdi, arabi, persiani, turchi, aramaici, ecc. anche il popolo ebraico ha il diritto di vivere in Medio Oriente, nell'antica geografia in cui ha storicamente vissuto. ..." ( Risolvere la questione palestinese nello spirito del ... 2023)
Bibliografia: Risolvere la questione palestinese nello spirito del Confederalismo democratico in Il Cantiere.Materiali di intervento dei comunisti anarchici nlla lotta di classe, mensile, anno 4, numero 30, novembre 2024 pp. 17-18.
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