Canzone da commentare: “Figli dell’Officina-O figli della terra- Già l’ora si avvicina
– della più giusta guerra- La guerra proletaria- Guerra senza
frontiere- Innalzeremo al vento-bandiere rosso e nere- Avanti siam ribelli- Fieri vendicator- Un mondo di fratelli- Di pace e di lavor- Dai monti e dalle valli- Giù giù scendiamo in fretta- Con queste man dai calli- Noi la farem vendetta- Del popolo gli arditi-noi siamo i fior più puri-Fiori non appassiti- Dal lezzo dei tuguri- Noi salutiam la morte- Bella e vendicatrice- A un’era più felice- Ai morti ci stringiamo-E senza impallidire- Per l’anarchia pugnamo- O vincere o morire” ( da “Figli dell’officina” ) ( cfr. post su "arditi del popolo" per alcune affinità tra le due canzoni)
Discografia: in Antologia dei canti anarchici 2, CD citato p.7

Già nell'estate del 1942 si diffuse l'idea tra gli anarchici, in concomittanza con la sempre maggiore impopolarita della guerra fascista e regia e per le sempre più dure condizioni di vita e per ifrequenti bombardamenti anglo-americani, che fosse finalmente giunta l'ora di porre fine al fascismo ed alla monarchia. Uno dei promotori instancabili per la riorganizzazione del movimento quanto mai frammentato dopo vent'anni di dittatura fu PASQUALE
BINAZZI (1873-1944) operaio meccanico all’ Arsenale di La Spezia, dove era nato,
divenne assai presto anarchico e strinse stretti rapporti con Pietro Gori e
Luigi Molinari. Partecipò come organizzatore ai moti della
Lunigiana e in seguito a questi fu costretto a fuggire da La
Spezia e ad abbandonare il lavoro e recarsi in Svizzera, ma
dopo alcuni mesi la polizia svizzera lo arrestò e lo consegnò a quella
italiana. Liberato nel 1895 fu nuovamente arrestato per avere
fondato insieme a Luigi Galleani un’associazione anarchica ed inviato per tre anni al confino
nelle isole Tremiti . Nel 1901 conobbe ZELMIRA PERONI ((1865-1936), che divenne sua compagna di vita e di
lotte. (cfr. brani)
Brani da Commentare: 1) Valga come veloce profilo di Peroni Zelmira, la compagna di Binazzi quello “riservatissimo” tracciato
dal Comandante della Divisione Carabinieri di Massa e spedito al Comando
Generale dell’ Arma in data 14 dic. 1926, 22 fervente apostolo delle idee più
avanzate, prese parte a tutte le manifestazioni rivoluzionarie del marito.
Astuta e intelligente fu in diretta corrispondenza con gli esponenti più in
vista dei partiti estremi nazionali ed esteri” (ACS, CPC, busta 117) ; 2)“ Zelmira era una attivista
silenziosa, accurata, pratica, ostruttiva; e tutte le iniziative anarchiche,
che dalla Spezia esercitavano una influenza in tutta Italia e anche all’estero;
tutto il lavoro instancabile e ininterrotto per dei , che fioriva attorno al
Libertario; tutta la produzione letteraria che arricchiva la nostra
letteratura- in prima linea le opere di Pietro Gori-; tutto questo era lavoro
dietro il quale c’era lo zelo pertinace di questa compagna…. ( da un’articolo di Armando
Borghi dedicato a Zelmira un anno dopo la sua
morte su L’Adunata dei refrattari, 16 gennaio 1937)
Bibliografia: Primo brano in Adriana
Dadà, Introduzione a Nino Malara, Antifascismo anarchico 1919-1945, Sapere 2000, 1995 pp. 24-25 nota n. 25 e secondo brano in
Fabrizio Montanari, Libertarie. Quattordici
figure esemplari di donne anarchiche, Compograf Reggio Emilia 2007 p. 38
Insieme fondarono il giornale Il Libertario e la cooperativa editrice Il Sociale, che, eccetto
una interruzione dovuta durante la I guerra mondiale essendo stati
entrambi inviati al confino a Lipari a causa dellla loro opposizione al conflitto, diressero
sino alla chiusura definitiva di queste due iniziative da parte dei fascisti.Tra le idee più ribadite, nel corso di tutta la loro esistenza, un importante posto occupavano l'appello all'azione diretta e il rifiuto del riformismo parlamentare e legalitario ( cfr. brano)
Brano da commentare: “ La borghesia più
intelligente comprese che il concedere alla classe sfruttata qualche
riconoscimento ufficiale e accettare il principio della legislazione sociale,
non costituiva per essa alcun pericolo. Quello che seriamente teme e che vuole
con ogni mezzo scongiurare è la sfiducia nei metodi legalita; non vuole che si
dilaghi fra la grande massa lavoratrice la fiducia nell’azione diretta,
nell’azione singola, nell’azione prettamente rivoluzionaria, perché assai bene
comprende che questa segnerebbe il principio della sua fine. Ecco perché noi anarchici
moviamo aspra guerra ai nostri avversari che adescano i lavoratori col miraggio
dei grandi (??) benefici della legislazione sociale. ( Pasquale Binazzi ,
Perché non votiamo,del
1909)
Bibliografia:
Pasquale Binazzi, Perché
non votiamo, La
Spezia 1909 in http:/ita.anarchopedia.org/Perc%C3°/%A8non votiamo (di Pasquale Binazzi) ;
Più volte arrestati e inviati al confino durante il
ventennio fascista non vennero mai meno alle loro idee libertarie . Nella colonia di Lipari i Binazzi svolsero
un ruolo importante nella scuola clandestina di formazione politica e culturale tra i confinati anarchici, tra cui vi era
anche Nino Malara ( cfr. ANARCHICI/E ITALIANI AL CONFINO….) entusiasta
ammiratore, come ricorda Adriana Dadà, della
grande esperienza accumulata dai Binazzi dopo tanti anni lotte. (brano da commentare)
Brano da commentare: “
Animatore del dibattito in quel periodo a Lipari, attraverso la stesura di
quaderni di studio sula storia dell’anarchismo e del movimento operaio dell’ultimo
periodo, è Pasquale Binazzi, comunista anarchico […] Malara si forma, come
molti altri, su quei quaderni che la moglie di Binazzi, la Zelmira, ha avuto
dalla bambina di una famiglia alla quale faceva scuola. “ Fitti della sua
scrittura chiara circolarono tra i
compagni. Altri li ricopiarono (…) Il libro fece il giro di tutti noi e chi non
sapeva leggere o non poteva se lo faceva raccontare…a puntate. Un poco per
giorno perché la polizia vigilava, spiava, insultava, provocava. Ogni
assembramento era proibito, ogni incontro che potesse dare l’idea di una
riunione fra più persone impedita e spiata. Per una serie di fortunate
coincidenze quei quaderni sono sopravvissuti alle persecuzioni di molti
militanti; il loro ritrovamento alcuni anni fa ha permesso di capire quanta
vicinanza vi fosse tra il pensiero di Binazzi che traspare da quegli scritti e
le discussioni politiche che Malara con un dialogare pacato, ricostruisce nella
sua narrazione” ( Adriana Dadà, Introduzione a Nino Malara, Antifascismo anarchico…)
Bibliografia: Adriana Dadà, Introduzione
a Nino Malara, Antifascismo anarchico
(1919-1945, Sapere 2000, 1995 pp. 24-25 e per quanto riguarda il
dettagliato resoconto di Nino Malara delle
riflessioni espresse da Pasquale Binazzi sugli ultimi eventi precedenti l’ascesa
al potere del fascismo, cfr. pp. 112-114
Nel
1931 assistettero Luigi Galleani nei suoi ultimi giorni di vita .
Dopo la morte di Zelmira , Pasquale , alla caduta del fascismo nel
1943 fu , come si è detto, uno dei più infaticabili organizzatori della Resistenza
contro i nazifascisti. (cfr. brano)
Brano da commentare : “…
un compagno “spezzino” ci annuncia: “ E’
venuto a trovarmi Pasquale Binazzi!”
–scrive Emilio Grassini (Libertario) – Oh!
Finalmente sappiamo che uno dei buoni è”vivo”. La notizia circola in un batter
d’occhio in mezzo ai gruppi del Genovesato e in brevissimo tempo il nostro Pasquale è circondato da uno
stuolo di compagni convenuti alla spicciolata “ in luogo sicuro”. Pasquale Binazzi, curvato dalle
persecuzioni e dagli anni, si presenta tuttavia sorridente e pieno di fede.
Egli è entusiasta del “folto gruppo” in cui ha ritrovato e abbracciato vecchie conoscenze che non
avevano piegato. “ Sono venuto a Genova –
egli dice – con la speranza di ritrovare qualcuno e per sapere che cosa fate di
buono …” Un compagno gli spiega il lavoro svolto sin qui e la volontà che tutti
infiamma nel perseverare nella lotta contro la tirannia fascista … Ognuno di
noi è ansioso di sapere cosa pensa della situazione questo nostro vecchio,
battagliero e caro compagno, ed egli non si lascia pregare, ci espone subito un
suo piano d?azione da iniziarsi
subito. “ Anzitutto –egli dice – occorre ricollegarsi con i compagni e gli
uomini di buona volontà affinché ci
possiamo contare, almeno in quelle località fin dove sarà possibile arrivare …
Il guaio peggiore consisterà nei mezzi per potere intraprendere un giro
d’ispezione attraverso l’Italia”. I compagni del Genovasato che a furia di privazioni avevano “ammucchiato” qualche migliaio di lire, lo
mettono subito a disposizione del vecchio agitatore il quale, malgrado i suoi
72 anni suonati, inizia un intenso lavoro di ricerche e d’indagini che darà i
suoi frutti. Questo riallacciamento che
va dalla Liguria al Piemonte, alla Lombardia al Veneto, alla Romagna, Toscana e
Lazio, è faticoso, costa rischi, denaro e mesi di tempo. Tuttavia Pasquale non
si arresta di fronte alle difficoltà, porta seco una grossa valigia piena di
“proclami” nei quali sono tgracciate le linee generali per la “lotta di liberazione”. (L. Bettini, Bibliografia
dell’anarchismo, vol. I, , tomo I )
Bibliografia:
in Pietro Bianconi, Edizioni Archivio Famiglia Berneri Pistoia 1981, pp.
133-134
Sempre su sua iniziative si tennero il 16
maggio a Firenze e il 5
settembre dello stesso anno due importanti riunioni clandestine in cui si decise la
costituzione della Federazione Comunista Anarchica Italiana e la
pubblicazione del periodico Umanità Nova , di cui uscirono successivamente 14
numeri. Finalmente dopo l'8 settembre 1843 ( in alcuni luoghi essa iniziò prima , cfr. post infra ENRICO MAZZUCCHELLI) una " più giusta guerra ebbe inizio. Nella maggior parte delle regioni italiane gli anarchici e le anarchiche parteciparono alla guerra partigiana
nelle divisioni “Matteotti,” organizzate dal partito socialista, nelle
divisioni “Garibaldi” del partito comunista, nei GAP e nelle formazioni
“Giustizia e Libertà” del Partito d’Azione, assumendo, spesso, come, per esempio, EMILIO CANZI, ITALO CRISTOFOLI, ILIO BARONI, ATTILIO DIOLAITI ruoli di comando o altre iniziative di rilievo.
EMILIO CANZI
( 1893- 1945). Nato a Piacenza da genitori proletari ( padre Pietro e madre
Giuseppina Barba, morta nel 1904). Frequentò,
dopo le elementari, una scuola tecnico
industriale, ma non ultimò gli studi, per sopperire con un lavoro di commesso
al bilancio familiare. Alla leva militare fu dichiarato idoneo al servizio e,
arruolato nei bersaglieri, fu inviato nel 1913, dove era iniziata, dopo la
guerra italo turca, la cosiddetta “
campagna di Libia “. Congedato temporaneamente, col grado di caporale, per una grave
malattia intestinale, fu, poi , ripreso in servizio, durante la prima guerra
mondiale, dove conseguì il grado di sergente. Intanto, però, si consolidavano, sempre di più, in lui
sentimenti anti-militaristi e anti-autoritari che lo avvicinarono all’
anarchismo. Nel 1921 per contrastare, a Piacenza e in particolare nel quartiere proletario, Cantarana , i primi
attacchi fascisti alle organizzazioni
operaie, Canzi aderì al movimento degli Arditi del Popolo, dove fu accettato
unanimemente come istruttore da tutte le varie componenti del gruppo. Cito la
testimonianza dell’allora giovane
ardito, Paolo Belizzi nel ricordare come fu accolto questo suo incarico. (cfr. brano)
Brano
da commentare: “ Qui a Piacenza l’istruttore era Emilio Canzi reduce anche lui
dalla guerra del ’15-18. Una domenica ci radunò tutti alla foce del Trebbia,
proprio vicino all’argine. Canzi , con la sua figura alta e snella, davanti a
una cinquantina di volontari, prima di iniziare l’istruzione, volle spiegare il
suo pensiero, la sua tendenza politica. Disse: “ perché non nascano malintesi
sul mio conto, è bene sapere che io sono anarchico. Dopo un attimo di silenzio
si alzò un grido unanime: “Viva Canzi”. Da tener presente che il corpo degli
Arditi del Popolo era composto da antifascisti di tutte le tendenze politiche,
perciò l’acclamazione aveva un suo significato “ ( in Paolo Belizzi, “Quelle
che non fanno la storia…”)
Bibliografia:
in Christian Donelli, Franco Sprega, Cristiano Maggi, Il comandante
anarchico e le sue battaglie nel cuore del’900. Emilio Canzi, vita , lotta e
memoria tra documenti e fotografie inedite,
Ravizza Editore, 2025 p. 26. Sulla partecipazione di Canzi agli Arditi
del Popolo, cfr. anche Ivano Tagliaferri, Morte alla morte. Emilio Canzi e
gli Arditi del Popolo a Piacenza in Dossier Emilio Canzi, in A rivista
anarchica , n. 316, aprile 2006, p. 7
Nel 1922 a
Piacenza vi fu una inaspettata aggressione fascista al gruppo piacentino degli
Arditi del Popolo . Durante lo scontro fu ucciso il capo , se ho capito bene,
di quella “Squadraccia”, l’ ex-tenente
di artiglieria , Antonio. Masera. Come al solito si scatenò da parte della polizia la repressione
poliziesca degli aggrediti . Molti furono arrestati e anche Canzi fu sottoposto
ad una indagine processuale che però lo assolse , almeno, per il momento, da
eventuali responsabilità. La sua presenza, però, in Italia, e soprattutto a
Piacenza, dove i fascisti gliel’ avevano giurata, si faceva sempre più
pericolosa. Essendo ancora possibile ottenere legalmente un passaporto per
lavorare all’estero, Emilio Canzi emigrò
in Francia. Dopo qualche sporadico
tentativo, trovò lavoro, come contabile, presso una piccola azienda a Boulogne
sur Seine, retta da un antifascista italiano, ex capolega contadino, Vito
Parmeggiani, che aveva contribuito , tra altri, alla stipulazione del concordato Paglia-Calda, (chiamato
così’ dal nome dei due firmatari del patto), poi infranto dai fascisti. Perseguitato
politicamente Vito Parmiggiani, nel 1922, era emigrato in Francia , con la sua
famiglia, tra cui la sedicenne Vittorina, che da lì a poco , intrattenne una
relazione sentimentale con il trentenne
Emilio Canzi. Nel 1924 la coppia, unita
da comuni ideali libertari, si trasferì ad Antibes sulla Costa Azzurra e
dalla loro unione nacque la figlia Bruna. Nel 1927 Emilio Canzi, tornò in
Italia , forse, per motivi politici e si mise in contatto con compagni rimasti in Italia. Ciò non sfuggì
all’attenzione della polizia e per evitare un prevedibile arresto, Emilio Canzi
, riuscì, per la seconda volta, a
tornare in Francia, questa volta, però clandestinamente. Nel 1929 Emilio e Vittorina si sposarono e nel 1930
nacque un altro figlio che fu chiamato Pietro, ( in famiglia, Pierrot).
Importante fu l’efficace ruolo di mediatore svolto da Emilio Canzi , in
Francia, nell’ interno del Comitato anarchico pro-vittime politiche, tra la tendenza comunista libertaria e quella
antiorganizzatrice, che faceva riferimento al giornale Adunata dei refrattari
di New York.
Nel 1936 , allo scoppio della rivoluzione
spagnola, dopo il fallito colpo di Stato franchista , Canzi lasciò la Francia
per recarsi in Spagna, dove si arruolò nella Colonna Ascaso. Sulla
partecipazione di Canzi agli eventi spagnoli rinvio, per ragioni spazio, al
post, ANARCHICI VOLONTARI ITALIANI IN SPAGNA 1 e 2
Tra il 1937
e il 1939 , tornato in Francia, dopo l’esperienza spagnola, lavorò come impiegato
presso la Maison des Syndacats e si
impegnò, tra l’altro, attivamente nel Comitato anarchico italiano pro-Spagna. Nel
1940, durante l’occupazione nazista della Francia, Canzi fu arrestato e inviato in Germania , prima a
Treviri e poi nel Sunderlager di Hinzert. Nel 1942 fu consegnato alle autorità
italiane e inviato al Confino prima a
Ventottene e poi a Renicci d’ Angari. Alfonso Failla, anche lui confinato a Renicci ricorda come fu grazie a Emilio
Canzi che si superò a Renicci d’Angari un grave conflitto tra detenuti e militi fascisti. (cfr. brano)
Brano
da commentare: “ I nostri rapporti con i
custodi rischiarono di arrivare a una
rottura tragica. Si pretendeva che all’ appello mattutino noi ci si fosse allineati
militarmente e che uno di noi stessi , in funzione di capo-reparto ci avesse
contati e presentati all’ufficiale di ispezione. Continuammo per parecchi
giorni a rifiutarci. Il nervosismo tra gli ufficiali specialmente era al
parossismo. Il compagno Emilio Canzi, quando stavamo arrivando all’urto,
intervenne. Ci pregò di non formalizzarci e si assunse egli l’ingrato compito.
Così ci allineavamo alla meglio e gli ufficiali dal canto loro accettarono il
compromesso. Però gli occhi di Emilio Canzi, nel presentarci senza formalità
all’ufficiale lo superavano in altezza morale molto di più di quanto gli
consentiva la sua già alta statura fisica. Qualcuno, tra noi, masticava amaro
sulla “incoerenza” di Emilio Canzi che allora aveva già nella mente la costituzione dei primi nuclei
partigiani che nella sua nativa zona di Piacenza, sul finire della guerra,
costituivano un insieme di circa diecimila uomini. “ ( Failla, Nel campo di Renicci d’Angari)
Bibliografia: Insuscettibile di ravvedimento, L'anarchico Alfonso Failla (1906-1986) Carte di polizia/Scritti/Testimonianza, a cura di Paolo Finzi, La Fiaccola, 1993, p. 246
Evaso infine , insieme agli altri compagni, dal campo di Renicci d'Angari Emilio Canzi ritornò a Piacenza e organizzò le prime bande partigiane, di cui diventò il
capo sino ad essere nominato comandante unico della XIII zona (Oltrepò). Epicentro della sua attività fu Peli che
diventò ben presto il centro propulsore della Resistenza nel piacentino . (cfr. brano)
Brano da commentare:
“… Quando verso la fine di settembre (1943) arriva a
Peli Canzi è
uno dei più vecchi del gruppo, ma soprattutto quello con più esperienza alle spalle. La sua figura
politica e militare è quindi indiscutibile in un quadro complessivo che vede gli
ex ufficiali dell’esercito restii a fare
la scelta resistenziale e il Comitato di
Liberazione Nazionale di Piacenza pressoché inesistente. Saranno alcuni uomini
del gruppo di Peli a doversi far carico anche di questo aspetto
lavorando nella difficile clandestinità della pianura. E’ quindi logico che si
pensi subito a Canzi come responsabile militare, ma non solo a
lui dato che al momento ci sono poche
bande sparpagliate per la provincia e idee limitatissime sul da farsi. La
situazione è molto difficile. I collegamenti sono sporadici e la scarsità di mezzi impressionante,
dalla bassa le poche armi arrivano con mezzi di fortuna. Peli diventa
importante crocevia della Resistenza partigiana perché mantiene i contatti con
l’antifascismo clandestino della città e riesce a sviluppare un rapporto con le
altre piccole bande dei dintorni e con l’alta
Val Nure e Val d’
Arda, arrivando a lambire la montagna parmense. L’asse della montagna è una
valida alternativa a quelli della pianura che viaggiano lungo la via Emilia, il
più scoperto, e lungo il Po. Non a caso
Peli sarà anche il centro motore
della nascita della 60ma brigata Garibaldina “ Stella Rossa” comandata dal Montenegrino. […] La nomina dell’anarchico Emilio Canzi a
comandante della XIII zona partigiana, scelta dettata da una articolata
mediazione politica, rappresenta un’unicità nel panorama della in Dossier Resistenza italiana. Il movimento anarchico
piacentino dei primi due decenni del secolo era una realtà consolidata , da lì
era nata una costola piuttosto consistente del Partito Comunista. Ora , invece, se pur
nel profondo di alcuni militanti antifascisti e partigiani piacentini si trovi traccia di questo anarchismo, non esiste un movimento in grado di
sostenere Canzi. La
sua nomina quindi può essere letta soprattutto come un riconoscimento alla sua
biografia di antifascista storico, alla sua grande statura morale e politica. Il compito del Comando unico piacentino non è
semplice. Si tratta di mantenere collegamenti tra le diverse formazioni che fino a quel momento hanno agito nella
più totale indipendenza, a volte con rivalità per il controllo di territori
contesi. Canzi
deve da subito fare i conti con la difficile coesistenza tra le formazioni
dell’ Istriano e del Montenegrino nella Valle del Nure.
[…] Si pone quindi la delicata esigenza di mediare anche in riferimento alla
disponibilità di armi, vettovagliamento e denaro da suddividere tra le diverse
formazioni. E’ il Comando Unico a fare
da collettore dei finanziamenti che arrivano per lo più direttamente dal
Comando generale di Milano. Canzi esprime qui la sua tendenza anarchica che
insiste maggiormente su autodisciplina e responsabilità personale piuttosto che
sull’espressione di una forma di autorità gerarchica tipica dell’inquadramento
militare. […] Questo
ben s’intende non ha nulla a che vedere con il rigore etico e morale che deve
guidare l’azione della Resistenza che per Canzi è assolutamente sacro e indiscutibile.” ( Gianfranco Sprega, Lassù sull'Appenino)
Bibliografia Franco Sprega, Lassù sull’Appenino, in
Dossier Emilio Canzi, in A rivista
anarchica, n.
316, aprile 2006, pp. 19, 21-22
Nel febbraio del 1944 fu preso prigioniero dai nazisti e rimesso, dopo un certo
periodo, in libertà grazie a uno scambio
di prigionieri, riprese immediatamente
la lotta. (cfr. brano)
Brano da commentare: “ Nel giugno del 1944 Canzi
viene finalmente rilasciato e torna in montagna. Tutti a Peli hanno un ricordo
preciso del fatto che Canzi “riportò l’ordine” facendo finire i
periodici arbitrari espropri ai danni della popolazione, perché “ il
Montenegrino faceva quello che voleva, ma quando è tornato canzi… è
cambiata la storia, l’ha messo in riga subito”. Il Colonnello a quel punto è il
Comandante Unico, e Alberto (Grassi, detto Berton) la
sua guida, la sua ombra. “ Non dormivamo mai a casa, ci si muoveva solo la
notte, di qua e di là, per tutta la provincia.” ( Comitato Giovani ANPI “
Comandante Muro”, La roccia sotto la testa, Piacenza):
Bibliografia: Comitato Giovani ANPI “ Comandante Muro”, La roccia sotto la
testa,
in
Dossier Emilio Canzi in A rivista
anarchica, n.
316, aprile 2006, pp. 33-34
Nell’aprile del 1945 in vista ormai della vittoria finale i
comunisti volendo impedire lo smacco di vedere
riconosciuti, in tutta Italia, i meriti conseguiti dall’ attività di comando, svolta dal 1943 al 1945, dal “colonnello” anarchico Emilio Canzi
e tentarono di destituirlo giungendo
persino, il 20 aprile , ad ordinarne l’arresto, ma questo tentato colpo di mano
comunista ebbe, comunque breve durata. . (cfr. brano)”
Brano da commentare: “ “ La partita della sua (
di Ciampi) destituzione viene giocata all’interno del CU Nord Emilia dove i
comunisti hanno la netta maggioranza e decidono di sostituirlo con il
colonnello Luigi Marzioli. Marzioli ha vissuto la Resistenza da spettatore e
più volte chiamato in causa ha sempre rifiutato di impegnarsi direttamente. Ora
in previsione della Liberazione e dei rapporti di forza successivi, il
Partito Comunista non ha uomini adatti
al ruolo e pensa di affidarsi a un ex alto ufficiale dell’ esercito. Canzi tenta di resistere alle reiterate
disposizioni del CU Nord Emilia appellandosi all’illegalità del provvedimento
di sostituzione. […] La vicenda precipita quando il 20
aprile 1945 un gruppo di partigiani guidato dal comandante comunista Salami, fa
irruzione nella sede del Comando Unico a Groppallo e, armi alla mano, arresta Emilio Canzi e
altri uomini del Comando. Questi vengono incarcerati a Bore, al confine tra il
Piacentino e il Parmense,
nell’abitazione di un militante comunista e vengono anche sottoposti a
interrogatorio. Si rimuove con la forza Canzi dal Comando e gli si vuole addirittura
impedire di partecipare all’imminente liberazione di Piacenza, per la quale il
“colonnello” aveva combattuto per più di vent’anni. La situazione si sblocca
dopo pochi giorni, quando gli uomini della Divisione partigiana Val
d’Arda di Prati, che controlla quella zona, liberano Canzi.
Solo grazie a quest’azione il “colonnello” anarchico può partecipare il 28
aprile alla liberazione di Piacenza, cinquantaduenne ma da semplice partigiano
della brigata “Renato” [...] “
La prima rivincita avvenne il 5 maggio 1945, il giorno in cui Canzi
viene acclamato dai piacentini e dalla folla dei partigiani che sfilano
festanti nella piazza Cavalli liberata. Un’ovazione accompagna il suo passaggio
sul palco dove si alternano comandanti partigiani e alti ufficiali alleati. Nei mesi successivi Canzi ,
subito nominato presidente dell ANPI e del Corpo Volontari della Libertà
e membro del CLN mantiene aperta la qurelle politico-giuridica cercandi ottenere dal Comando Generale di Milano un pronunciamento che lo
ristabilisca nella funzione di comando. Il reintegro arriva quando è in fin di
vita a seguito di un incidente stradale… “ ( Franco
Bibliografia Franco Sprega, Lassù sull’Appenino, in
Dossier Emilio Canzi, in A rivista
anarchica, n.
316, aprile 2006, p. 23
L’incidente stradale mortale
subito da Canzi nel novembre 1945 destò numerosi sospetti tanto più che appena un anno dopo, morì nelle stesse circostanze l'anarchico piacentino SAVINO FORNASSARI ( 1882-1946) (cfr. brano)
Brano da commentare: “ E’ proprio il fatto che una simile
meccanica dell’incidente (l’affiancarsi di una camionetta della polizia
militare [delle truppe alleate] alla vittima designata…) sia sempre stata
riscontrata in incidenti stradali mortali per altri anarchici (come Savino Fornassari , anche
lui anarchico di Piacenza) ha sempre lasciato aperto il dubbio di un
premeditato assassinio da parte dello Stato e degli Alleati” ( in A Rivista anarchica n. 19 aprile 1973,)
Bibliografia : in A Rivista anarchica n. 19 aprile 1973, p. 12, Cfr. Pietro Bianconi, Gli anarchici italiani contro il
fascismo, Edizioni Archivio Famiglia Berneri,Pistoia 1988, p. 145
Nel
concludere , mi sembra, importante ricordare le fiere parole espresse da Emilio
Canzi al fine di riottenere la qualifica di comandante unico della XIII zona
partigiana provincia di Piacenza) contestatagli dal partito comunista. ( cfr.
brano)
Brano da commentare: “ Dopo avere combattuto per venticinque anni per la libertà la giustizia
e la legalità; dopo avere coltivato nel mio cuore tali ideali mai rinnegati
attraverso le sentenze della prigionia, dei campi di concentramento , del
confino; dopo avere organizzato il movimento partigiano nella mia provincia
soffrendo l’indicibile in comunione di vita su un piede di assoluta parità con
i miei uomini che ho sempre considerato non
gregari, ma fratelli; per avere mantenuto un atteggiamento coerente alle
disposizioni dei miei superiori legittimi rappresentati da codesto comando […]
Per questo e solo per questo fui trattato come un delinquente comune.” (
Relazione di Emilio Canzi a Comando generale Alta Italia, 5 novembre 1945)
Bibliografia:
in Iara Meloni, “ Egli cammina ancora”. La storia e la memoria di Emilio
Canzi ,in Gli Anarchici italiani
nella Resistenza. Tra storia locale e dimensione europea, a cura di Claudio
Silingardi, Viella 2026 p. 210
 |
| ITALO CRISTOFOLI |
ITALO CRISTOFOLI
, nome da partigiano, ASO ( 1901-1944). Muratore, nato a Prato Carnico, aderì ben presto
al movimento anarchico. Renitente alla leva, emigrò in Francia, dove sembra avere avuto contatti con la Banda Pollastri e poi
in Belgio , dove svolse attività anarco-sindacalista. Nel 1930 fu
arrestato e tradotto in Italia dove gli fu inferta una condanna due
anni di prigione per diserzione. Nel 1933 fu uno dei
principali organizzatori , a Prato Carsico, di una
manifestazione antifascista in occasione del funerale dell’
anarchico GIOVANNI CASALI. Arrestato fu condannato per questa sua
iniziativa a cinque anni di confino nell’isola di Ponza.
Nel 1941 fu nuovamente rimandato al confino. Nel 1943, dopo l’8
settembre, Cristofoli organizzò, in Carnia, una formazione partigiana
libertaria., e, con l’intensificarsi del conflitto, si unì, per
ragioni soprattutto logistiche, alla divisione
comunista “Garibaldi”, dove gli fu assegnato il ruolo di comandante. Morì
nel luglio 1944 durante un impari assalto al presidio tedesco
di Sappada- La sua popolarità e fama di valoroso combattente fu, tra
l’altro ricordata, dal suo compagno di lotta, il comunista,
Osvaldo Fabian “Elio”. (cfr. primo brano). Mi sembra
interessante sottolineare come in quel commovente elogio funebre si tenti , a
mio parere, di porre in grande evidenza
un preteso progressivo avvicinamento al Partito comunista di
Dario Cristofoli, tanto dovette essere forte l’imbarazzo del Partito ad
ammettere che una formazione “garibaldina “, fosse comandata da un
anarchico, in un territorio, particolarmente aperto alle idee anarchiche e
libertarie. (cfr. secondo brano)
Brani da commentare: 1) “ Con il
compaesano Aso (Italo Cristofoli) di Prato Carnico, avevo
trascorso l’intera giovinezza, successivamente avevamo provato assieme
l’amarezza della forzata emigrazione in Francia; avevamo infine sopportato
sempre insieme fraternamente con Nembo , le sofferenze del confino
fascista nell’isola assolata di ponza. Assieme a lui i primi nuovi contatti con
gli altri antifascisti della Zona, le prime riunioni, le infinite discussioni,
le corse per i boschi e le valli ad intessere contatti, a diffondere l’idea
della lotta e del rinnovamento sociale, talvolta tra noi accaniti contendenti
su un argomento o sulla impostazione politica di un
problema ma sempre poi uniti nel perseguimento dei fini superiori
della lotta per la liberazione dalla lebbra fascista. Aso aveva animo
generoso, carattere esuberante, grandissimo coraggio, fede incrollabile nel
perseguire le sue e le nostre idee: in passato era stato un fervente anarchico
ma una idea incrollabile l’aveva sempre animato, quella della lotta al fascismo
e quella della redenzione sociale dei popoli e ciò lo aveva avvicinato a chi
questa lotta aveva portato e portava avanti con la massima decisione, ai
comunisti, gli unici che ovunque si battessero a fondo contro il regime
dittatoriale di destra, soffrendo carceri e persecuzioni ed ora
affrontandolo in una lotta. Ciò lo aveva alla fine naturalmente ed
indissolubilmente legato alla politica del PCI attraverso la sua convinta
accettazione dei criteri unitari della lotta. Il 26 luglio si trovava di stanza
ad Ovaro, comandante del Battaglione Garibaldi “Carnico”
intrepida anche se allora piccola formazione di una cinquantina di uomini
forgiata in tanti combattimenti da lui e dal commissario Nembo. Ebbi la ventura
di essere presente a Ovaro in quel giorno e di salutarlo per
l’ultima volta proprio quando a metà mattino partì alla testa del suo
battaglione per Sappada che era fuori dalla nostra Zona L, con
l’intento di assalirla e catturare il presidio tedesco ivi acquartierato
che aveva provocato in precedenza grossi guai al nostro movimento,
azione che aveva anche lo scopo tattico di tenere in rispetto i
tedeschi particolarmente attivi nel Cadorino ed in quel centro che
confinava con il nostro schieramento ….” (
Osvaldo Fabian “Elio, La morte di Aso” ); 2) “ Nella Carnia, gli anarchici ed i
simpatizzanti, non potendo formare bande autonome, si inseriscono nei quadri
della Divisione “Garibaldi” “ in cui
danno prova di grande combattività… Fra i primi, anzi il primissimo (sic) fra
gli organizzatori fu proprio il nostro compagno Aso (Italo Cristofoli) che, sia
come combattente, sia come comandante, collabora al disarmo di tutte le caserme
dell’Alta Carnia e Cadore e muore nell’espugnare la caserma della Gendarmeria
tedesca a Sappada nel luglio 1944” Da ricordare anche la costituzione della
zona libera della Carnia che dura dal luglio all’ottobre 1944. In questo
territorio, come del resto nella altre “repubbliche autonome” sorte durante la
Resistenza, la vita delle persone è organizzata in forma simile all’autogoverno
e in base alla necessità dello scontro armato, a cui provvedeva direttamente la
popolazione. Il contributo degli anarchici della zona è determinante per la
riuscita dell’esperimento”. (Italino
Rossi, La ripresa del movimento anarchico…)
Bibliografia: Primo brano in
Osvaldo Fabian “Elio, La morte di Aso” in
http://w.w.w.carnialibera1944.it/partigiani/aso.htm . Cfr. anche Marco
Pupini, Ribelli o “ Scellerati”. Anarchici del Friuli e della Carnia tra
antifascismo e resistenza, in Gli anarchici italiani nella Resistenza.
Tra storia locale e dimensione europea, a cura di Claudio Silingardi,
Viella, 2026 pp. 284-302 e in particolare pp. 296-298 . Secondo brano in
Italino Rossi, La ripresa del Movimento anarchico italiano e la propaganda
orale dal 1943 al 1950, Edizioni ERRE ELLE, Pistoia 1981, p.35
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| ILIO BARONI |
ILIO BARONI , nome di
battaglia “Moro delle Ferriere” (1902-1945).
Nato a Massa Marittima nel 1902 si trasferì con la famigli a a <piombino dove aderì
al movimento anarchico e combatté il fascismo negli “ Arditi deil Popolo”. Preso di mira
dal fascismo locale , ormai vittorioso, si trasferì, nel 1925, a Torino dove fu
assunto alla FIAT Ferriere, dove ben
presto fu a campo di una rete clandestina
antifascista e diventò un importante punto di riferimento per gli altri operai e nel quartiere proletario “ Barriera di Milano”. Nel
1936 passò clandestinamente il confine
francese per recarsi in Spagna e
partecipare alla rivoluzione sociale spagnola, ma fu fermato dalla polizia
francese e rispedito in Italia. Ci riprovò un anno dopo, ma giunto in
Francia ebbe notizia di quanto stava
avvenendo in Barcellona durante il maggio 1937 e fu la
dissuaso dai compagni al
proseguire il viaggio e invitato tornare
in Italia per continuare la sua
rinomata, anche all’estero sua attività di propaganda anarchica e antifascista.
Nel dicembre 1937 fu arrestato e
condannato a cinque anni di confino nell’isola di Tremiti. Quando ebbe fine la sua detenzione in quell’isola, la
situazione in Italia era totalmente cambiata e tornato a lavorare nella FIAT
Ferriere fu nominato membro del Comitato
di agitazione e svolgendo
tale incarico contribuì , in gran parte, al successo degli scioperi
operai del 1943. Dopo l’occupazione dei tedeschi di Torino fu tra i primi ad
organizzare la lotta armata e divenne comandante della Settima Brigata SWAP (
Squadre di azione patriottica). La sua
attività di capo partigiano era ben nota
ad alcuni dirigenti della FIAT Ferriere, che al fine di preservare con l’aiuto
dei partigiani e degli operai alle mira di conquiste dei tedeschi, non solo non
lo contrastarono, ma anzi gliene erano assai grati. Come si deduce dalla testimonianza del cognato di Ilio,
ALDO DEMI, volontario nelle Internazionali in Spagna
. (cfr. brano)
Brano da commentare: “ …. Alle Ferriere c’erano parecchi
antifascisti, tant’è vero che quando nel’35 volevano farci iscrivere al
sindacato fascista noi dicemmo di no. In tutto il reparto laminatoi, dove
lavorava Ilio, vi furono soltanto pochissimi- si contavano sulle dita- che si
iscrissero. C’erano diversi anarchici. Ilio era conosciuto come anarchico: ci
sapeva fare … Alle Ferriere c’erano dentro i tedeschi. Però il direttore era
molto “legato” a mio cognato, perché la FIAT teneva il piede in due staffe.
Erano stati minati i treni e Ilio- non
so se da solo o con altri, li sminò, mettendo a rischio la propria esistenza
perché potevano saltare da un momento all’altro. Ed è per quello che la FIAT in
seguito … erano sicuramente a conoscenza della squadra SAP attiva nelle
Ferriere: uscivano ed entravano dalle Ferriere quando volevano, il dirigente
sapeva tutto …” ( Testimonianza di Aldo Demi )
Bibliografia: Tobia Imperato, Il “Moro” delle Ferriere in Bollettino Archivio G. Pinelli, n. 5- luglio 1995, p. 40
Nell’ultimo giorno
dell’insurrezione, 26 aprile 1945, ILIO BARONI fu ucciso mentre soccorreva un compagno
ferito. Anche in questo caso come per Cristofoli si cercò, elogiandone
l’eroismo, di porre sotto silenzio la
sua militanza anarchica (cfr. brano)
Brano da commentare: “ Nella biografia di
Baroni, tracciata da un biografo di quarta mano per conto del Comando 7°
Brigata SAP, apprendiamo: “Ilio Baroni…
prese parte attiva al movimento politico e sindacale facente capo ai Partiti
più rivoluzionari (sic, per non dire “Federazione Anarchica Elbano
Maremmana) … lo vediamo nel 1922 appena ventenne reagire , con le squadre
antifasciste in Toscana (sic, per non dire “Arditi del Popolo) contro le
violenze fasciste. Decise di andare a Parigi, ed infatti vi si recò il 15
agosto del 1937 per prendere contatto con gli antifascisti, colà espatriati
(antifascisti per non dire anarchici)…. Egli a capo della sua squadra compì delle azioni che sono state di
una audacia senza pari e di una utilità immensa agli operai ed alla
Nazione ….. “ (relazione del Comando 7°
brigata SAP, Torino)
Bibliografia in Pietro Bianconi, Gli
anarchici italiani nella lotta contro il fascismo, Edizioni Archivio
Famiglia Berneri, Pistoia 1988, pp.
166-167 e Tobia Imperato, Il “Moro” delle Ferriere in Bollettino Archivio G. Pinelli, n. 5- luglio 1995, p. 40
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| ATEO GAREMI E DARIO CAGNO |
Tra le prime imprese
audaci compiute dai partigiani a Torino si deve, inoltre, ricordare l’uccisione
di un importante gerarca fascista
compiuta due gappisti : il giovane partigiano ATEO TOMMASO GAREMI ( 1921-1943) e l’anarchico DARIO CAGNO (1899-1943) . DARIO
CAGNO , aveva, nel 1943, già un’esperienza di lotta rivoluzionaria di
lunga data. Sin da quando aveva quattordicianni aveva
vagabondato come marittimo in diversi paesi europei e nord-americani. Costretto
a rimpatriare nel 1918 per il servizio militare, Dario Cagno
disertò, ma, arrestato fu
condannato, a più riprese, per diserzione e furto. Nel 1925 raggiunse
clandestinamente la Francia dove venne a
contatto con diversi esuli anarchici e
socialisti ( tra cui Sandro Pertini e Alceste De Ambris) . Incaricato di
fungere da fungere da collegamento clandestino tra Francia e Italia fu pern questa sua
attività più volte fermato e arrestato
sempre con l’accusa di essere trovato
sprovvisto di passaporto . Appena era
libero riprendeva il suo ruolo di “corriere sovversivo” , espatriando e
rientrando in Italia sempre con nuovi incarichi. Nel 1933 un suo ennesimo
arresto fu aggravato dalla accusa ( non suffragata da prove) di un suo compagno di cella (spia) di essere
giunto in Italia per organizzare un attentato al Duce. Condannato al confino
per tre anni a Ponza, la pena fu poi, prolungata di altri cinque anni. Liberato nel 1942, fu tra primi ad organizzare e a partecipare, a Torino, alla lotta partigiana. Fu fucilato insieme a
Ateo Garemi per l’uccisione del
seniore della milizia fascista Domenico Giardina. Qualcuno sostenne
che il vero obiettivo fosse il fascista
Piero Brandimarte assassino di molti
altri compagni operai torinesi., tra cui
PIETRO FERRERO (cfr. infra
post.. ) .
ATEO GAREMI , aveva da bambino seguito la famiglia in Francia e appena diciasettenne era andato a combattere
con le brigate internazionali in Spagna. All’inizio della lotta partigiana
accorse in Italia e con un gruppo anarco-comunista iniziò a compiere
azioni, che lo resero ben presto assai noto all’interno del movimento
resistenziale torinese, prima ancora di fare parte dei GAP torinesi. Arrestato dopo il riuscito attentato a Giardina fu fucilato,
insieme a Cagno il 22 dicembre 1943. (cfr. brano)
Brano da commentare: “ Ricordo la
prima circolare per la
costituzione dei GAP, i giovani che dovevano lavorare in città. Un giorno è
arrivata la Picolata e mi ha detto : “ “ Guarda che ti porto
giù dei ragazzi”. Tra loro c’era anche Ateo
Garemi,
che è stato il primo gappista torinese. Era un ragazzo bruno,
intelligentissimo. Un ragazzo straordinario, davvero gentilissimo. Mi dice:
“Tè, tienimi la cravatta” Io prendo il pacco. Vengo a casa . Guardo. Era una
rivoltella. L’ho nascosta epoi, quando Ateo è riuscito a sistemarsi in
una casa, gliel’ho portata e lui mi ha detto: “ Ma guarda, è tutta arrugginita!” Eh, ma io non me ne
intendevo di armi, non sapevo che dovevo darci l’olio. Il 24 ottobre , con un
altro, Ateo ha ucciso il seniore Giardina a
Porta Nuova. Il colpo ha fatto impressione: in piena Porta Nuova un gerarca
ucciso! Però lui è stato subito preso, perché
si vede che l’organizzazione era ancora all’inizio, non era ancora forte;
tra gli arrestati forse qualcuno ha parlato. Garemi è stato fucilato.
Un ragazzo proprio meraviglioso. Mi
aveva dato anche una busta con i suoi documenti e qualche cosa mi è rimasta;
l’ho tenuta , per ricordo ….” ( testimonianza di Teresa Cirio , nome di
partigiana, Roberto. Comunista aveva
l’incarico di tenere i collegamenti con la
direzione del PCI a Milano )
Bibliografia: testimonianza di Teresa Cirio in Anna Maria Bruzzone – Rachele Farina, La
resistenza taciuta. 12 vite di partigiane
piemontesi. Prefazione di Anna Bravo,
Bollati Boringhieri 20016 p. 84
E’ da notare come in questa appassionato resoconto
dell’attentato gappista non si fa il nome del complice di Ateo Garemi, che pur doveva
essere noto negli ambienti antifascisti. (si pensi , per esempio,
alle lunghe permanenze in carcere e al confino di Dario Cagno e alla sua conoscenza,
in Francia, di Sandro Pertini e di
tanti altri autorevoli antifascisti). Sarà probabilmente una semplice coincidenza, ma un po’, a mio parere, dà da
pensare il fatto che il non nominare Cagno si riscontra, come
ha notato Pietro Bianconi, , anche in altre versioni dell’attentato, per
esempio in Storia dell’Italia partigiana di Giorgio Bocca :
Brano da commentare: “ “ UN GAPPISTA SCONOSCIUTO”. In una pagina della sua Storia dell’Italia partigiana
Giorgio Bocca narra la nascita del gappismo torinese e scrive : “ Comandava i primi
gappisti Ateo Garemi: giovane, coraggioso, rivoluzionario
dalla nascita, dal nome. Le prime due azioni, quasi contemporanee, sono del 22 novembre: due gappisti in bicicletta aprono il
fuoco sui soldati tedeschi di guardia alla stazione di Porta Nuova, senza
colpirli; pochi minuti dopo esplode con morti e feriti nemici, una bomba
lanciata da Garemi in un locale di Via Nizza. Cadono sotto i
colpi dei gappisti il fascista Vassallo e il seniore della Milizia Domenico Giardina. Giardina è
ucciso il 29ottobre, il 30 Garemi è catturato…” Qui lo scrittore, lo storico non si cura
nemmeno di controllare le “sue “ date: le prime azioni del gappismo torinese,
scrive, sono del 22
novembre, poi avverte che i nazisti catturarono il
giovane Garemi il 30 ottobre … eppure il fascista Giardina fu ucciso il 29 ottobre! Non solo: Giorgio Bocca ed altri
illustri scrittori e storici, mentre giustamente ricordano Ateo Garemi,
omettono il nome dell’anarchico Dario Cagno. Solo Pietro Secchia se ne ricorda
incidentalmente, collocando però il nome di Dario Cagno fra
i comandanti e i commissari comunisti caduti per mano fascista” ( Pietro
Bianconi, Gli
anarchici italiani nella lotta contro il fascismo)
Bibliografia in Pietro Bianconi, Gli
anarchici italiani nella lotta contro il fascismo, Edizioni Archivio
Famiglia Berneri, Pistoia 1988, pp.
164-165
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| ATTILIO DIOLAITI- EDERA DE GIOVANNI, EGON BRASS |
ATTILIO DIOLAITI
(1898-1944) . Nato a Baricella , presso Bologna) sin
da giovanissimo, aderì all’anarchismo e fondò, nel 1915, il gruppo EMILIO
COVELLI. Convinto antinterventista quando fu richiamato alle armi nel 1916 disertò. Arrestato
fu condannato a tre anni di prigione. Fu tra gli organizzatori dello sciopero
per il caro-vita a Bologna nel 1919 . Dal 1927
al 1930 fu confinato nell’isola di Lipari. Liberato , gli fu imposta una carta
d’identità con sovra scritto “pericoloso in linea politica. La vigilanza
speciale a cui quotidianamente fu sottoposto non gli impedì un’attività
clandestina a largo raggio. Rappresentò i compagni bolognesi al Congresso
anarchico clandestino di Firenze nel 1943.
Fu tra i primi ad organizzare formazioni partigiane in Emilia-Romagna :
la “Biaconcini” a Imola, la “fratelli
Bandiera” e la “ 7° GAP a Bologna, che
confluì successivamente nella 37ma Brigata “Garibaldi”..Epicentro delle azioni
partigiane attività era il mulino di
Alfredo De Giovanni a Monterenzio. Il 30 marzo 1944, cadde con il suo gruppo in
una trappola ordita dall’infiltrato Remo
Naldi. Nella notte tra il 31
marzo e il 1 aprile 1944 fu fucilato
dietro le mura della Certosa di Bologna, insieme ad altri sei compagni, tra cui la partigiana,
prima donna che subì la pena della fucilazione,
EDERA DE GIOVANNI (1923-1944), figlia del mugnaio di Monterenzio, ed il suo compagno
EGON BRASS ( 1925- 1944) nato in
Slovenia e che prima del suo arrivo in Italia
aveva già partecipato alla resistenza
jugoslava contro i nazi-fascisti. Gli
altri componenti del gruppo, anche essi fucilati , furono ETTORE ZANIBONI
(1908-1944), ENRICO FOSCARDI (1905- 1944), FERDINANDO GRILLINI (o GRILLI)
(1882-1944). (cfr. brano)
Brano da commentare: “ In una lapide ,
apposta sul muro della Certosa di Bologna, è scritto: PERSEGUITATI IN VITA
UNITI NELLA MORTE IL PRIMO APRILE TRUCIDATI DAL PIOMBO FASCISTA QUI CADDERO
FIERI DEL LORO SACRIFICIO ATTILIO DIOLAITI E COMPAGNI. […] Nel settembre
Attilio Diolaiti costituì la SAP di Saravezza. Le azioni di sabotaggio e di guerriglia
compiute da questo gruppo di compagni furono numerose. Iniziarono nel novembre
del ‘43 contro le spogliazioni e le razzie delle autorità fasciste che col
pretesto degli ammassi e della guerra, sequestravano grano , olio e viveri ai
contadini, alla popolazione. La “squadra Diolaiti” attaccò i depositi e i magazzini dei
fascisti e distribuì il grano e gli altri viveri sequestrati alla popolazione.
Seguirono sabotaggi alle linee di comunicazione, attacchi alle caserme
nazifasciste per procurare armi alle formazioni partigiane che andavano
stentatamente organizzandosi sulle colline bolognesi e sull’ Appenino tosco-emiliano. […] Il 29 marzo 1944, a seguito di una delazione,
tutti i componenti del gruppo Diolaiti furono catturati e, dopo due giorni di
sevizie, fucilati al muro della Certosa di Bologna “dalla squadra del bandito
fascista Tartarotti” ( Pietro Bianconi, Gli anarchici italiani contro il fascismo…)
Bibliografia in Pietro Bianconi, Gli
anarchici italiani nella lotta contro il fascismo, Edizioni Archivio
Famiglia Berneri, Pistoia 1988, pp.
164-165
Anche nel caso di Diolaiti, così come per altri comandanti non comunisti inquadrati
nelle Brigate Garibaldi, dipendenti dal Partito Comunista Italiano si denota
nel riferirne le eroiche imprese a una ostentata superiorità mista ad un forte
senso di imbarazzo e stando, inoltre, bene attenti a non menzionarne la fede politica,
soprattutto se anarchici. Ciò mi sembra confermato dai rapporti
delle brigate “garibaldine” ,
comuniste, sulle attività svolte, durante la resistenza. (cfr. brano)
Brano da commentare: “ … La ragione
dell’inquadramento nei GAP comunisti di rivoluzionari non appartenenti a quel Partito (“non compagni” dice il rapporto) è così
spiegata: “ Negli uomini che attualmente compongono i nostri GAP riscontriamo
ancora una debolezza fondamentale che è il residuo di un falso sentimentalismo e cioè l’incertezza,
anzi l’avversione per le azioni di espropriazione.” Le azioni compiute dai GAP
in un primo tempo a Imola e Bologna
furono quattro e fra queste l’attentato al ristorante Diana, contro la sede dell’ufficio
cartografico del comando tedesco a Villa Spada era comandata dall’anarchico Diolaiti. “ Così dice il rapporto: “ Questo elemento non è membro del
partito, ha però dimostrato di possedere una delle qualità indispensabili per
un gappista: il coraggio e la decisione. Se questo gappista non avesse avuto in
sommo grado queste qualità, l’azione di Villa Spada non avrebbe avuto luogo”
Naturalmente nel rapporto si tace il nome di queso gappista.” ( Pietro
Bianconi, Gli
anarchici italiani contro il fascismo…)
Bibliografia in Pietro Bianconi, Gli
anarchici italiani nella lotta contro il fascismo, Edizioni Archivio
Famiglia Berneri, Pistoia 1988, p.
147 nota: 11
Edera de Giovanni fu la prima partigiana ad essere fucilata , e mostrò
tutto il suo coraggio durante l’esecuzione, quando guardandoli in faccia gridò “ Tremate. Anche
una ragazza vi fa paura!”. Il suo carattere impetuoso l’aveva già imostrato alcuni anni prima, quando nel gennaio 1943,
in un locale pubblico , disse
a un funzionario fascista, che indossava la camicia nera : “ Queste camicie nere… fra
qualche anno dovranno scomparire.” . Per quella sua previsione subì 15 giorni di carcere. Nella prima immagine di Edera De Giovanni, che ho qui
inserito, il commento offre, a mio parere, definendola “giovane
anticonformista e libera” rispetto alle convenzioni e alla morale dell’epoca, uno
spunto per una riflessione sulla condizione della donna ai tempi della
resistenza italiana contro
il nazifascismo.
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| RIBELLE DUE VOLTE |
Una definizione questa che accomunava, per quanto ne so, tutte le giovani donne che parteciparono alla
resistenza e che è stato recentemente ed efficacemente sintetizzato con l'attribuzione alle partigiane della qualifica di "doppie ribelli "(cfr.
brani )
Brani da
commentare: 1) “ Tale partecipazione (femminile) viene
tutt’ al più descritta ed enfatizzata per quelle “mansioni” che sono
generalmente ritenute femminili: l’assistenza infermieristica, la sussistenza
alimentare, la protezione dei fuggiaschi, la solidarietà verso le famiglie e i
figli dei caduti. Tutti compiti sicuramente svolti e affatto secondari, ma
certo in un’ ottica assai diversa da quella di “casalinghe alla macchia” che si
vorrebbe imporre a donne, giovani e meno giovani, che avevano compiuto scelte
radicali. Infatti, a differenza dei coetanei maschi costretti a decidere di
fronte ai bandi di arruolamento forzato della Repubblica di Salò, “ a noi
ragazze nessuno chiedeva niente e se decidemmo fu del tutto autonomamente” Per
questo la definizione di “ribelli due volte” appare pertinente e fondata,
perché non solo si trovavano in conflitto con l’ordine fascista, ma dovevano
liberarsi anche dall’ideologia sessista che il fascismo – maschio per
antonomasia - aveva ulteriormente
rafforzato in una società patriarcale come quella italiana nella quale, anche
per l’ influenza del cattolicesimo, la donna era inchiodata ai ruoli di figlia
sorella, moglie e madre, sempre ben dentro l’assetto familista tradizionale.
Ruoli così oppressivi che gli anni 1924, 1926 e 1928 avevano fatto registrare,
non causalmente, il più alto numero di suicidi femminili dell’Italia
contemporanea. D’ altra parte la rivolta contro il potere dei pregiudizi
sessisti e la conseguente divisione dei ruoli, le donne antifasciste dovettero
sicuramente condurla anche all’interno del movimento resistenziale, proprio tra
gli stessi compagni di lotta e le forze politiche che l’animavano, e di questa
contraddizione3 non mancano le testimonianze relative soprattutto ai momenti in
cui la presenza delle donne nelle formazioni partigiane diventava un fatto
pubblico .[…] è noto che, generalmente, nelle repubbliche partigiane al m
omento di costituire le rispettive strutture di
autogoverno, le donne si videro
precluso il diritto di voto, riconosciuto soltanto ai capifamiglia, e la
possibilità di far parte degli organi democratici, ad eccezione di Gisella Floreanini della Repubblica dell’Ossola. Secondo tale logica discriminante,
è noto come le partigiane delle brigate Garibaldi, a direzione comunista, a
Torino, si videro negato all’indomani della liberazione il diritto di sfilare
armate assieme ai “garibaldini” e alle
donne delle altre formazioni ( Matteotti, Giustizia e Libertà, autonome),
nonostante che avessero avuto ben 99 compagne cadute; mentre a Milano furono
costrette a mettere al braccio una fascia che le qualificava come
“crocerossine”. [….] a dimostrazione di
quanto il Partito comunista “togliattiano” fosse succube del perbenismo borghese e
di come nelle sue formazioni venisse perpetuata la morale legata al modello
patriarcale della famiglia cattolica . Peraltro la cultura maschilista affiora
persino nella retorica delle motivazioni della medaglia d’oro “alla memoria” delle partigiane Livia Bianchi
caduta “ virilmente impugnando le armi” in Valsolda, e Gina Borellini che nel modenese aveva
“impugnato le armi dando frequenti e luminose prove di virile coraggio”. ( Martina Guerrini, Donne contro , ribelli…….) ;
2) “… Poi siamo andati a Torino. Io non ho
potuto partecipare alla sfilata, i compagni non mi hanno lasciata andare .
Nessuna partigiana garibaldina ha sfilato, ma avevano ragione loro. Mi ricordo
che strillavo :” Io vengo a ficcarmi in mezzo a voi, nel bello della
manifestazione: Voglio un po’ vedere se mi sbattete fuori. “ Tu non vieni, se
no ti pigliamo a calci in culo! La gente non sa cos’hai fatto in mezzo a noi, e
noi dobbiamo qualificarci con estrema serietà!” E alla sfilata non ho
partecipato: ero fuori ad applaudire. Ho visto passare il mio comandante, poi
ho visto Mauri, poi tutti i distaccamenti di Mauri con le donne che avevano
insieme. Loro sì che c’erano. Mamma mia, per fortuna non ero andata anch’io! La
genete
diceva che erano delle puttane. Io non ho più nessun pregiudizio adesso, ma
allora ne avevo. Ed i compagni hanno fatto bene a non farci sfilare: hanno
avuto ragione. “ ( testimonianza di Tersiglia Fenoglio Oppedisano ( nome da partigiana :
Trottolina) Staffetta del Comando del
Raggruppamento Garibaldino delle Langhe., aveva l’incarico di tenere in
collegamenti con il CLN di Torino) ; 3) “
Avrei dovuto avere i gradi di tenente o da capitano, alla fine della guerra,
invece non ho neanche fatto la richiesta del riconoscimento partigiano. Un
ragazzo, Petrini, che io avevo messo a lavorare nella Resistenza e a cui avevo
dato il comando militare di rione –
negli ultimi mesi io avevo anche il comando militare del settore, perché
dovevamo organizzare quadri militari, formazioni per il momento
dell’insurrezione -, un giorno mi dice “
Nellia,
hai fatto la domanda per il diploma?” “ No, neanche per sogno” . E allora me la fa lui e mi mette
“ come soldato semplice della sua formazione, l’8° Brigata SAP “ Osvaldo Alasonatti”. E io gli avevo dato il comando. Cesare Bordone, che comandava
tutto il settore, un giorno m’incontra e mi dice: “ Ciau, Tenente!” “ Macché tenente, sun mac partigiana, sono soltanto partigiana”. “ Come! “ “
Lascia stare così, va bene così!” E
conosco tante persone che sono uscite fuori il giorno della liberazione e hanno
la medaglia d’oro! …. “ ( testimonianza di Nelia Benissone Costa
, nome da partigiana :Vittoria.. Comunista dal 1938, è tra gli
organizzatori dei GAP e delle SAP torinesi. Successivamente fu responsabile organizzativa e militare
del I settore del PCI e dei Gruppi di difesa della donna di Torino)
Bibliografia:
Primo brano in Martina Guerrini, Donne contro ribelli, sovversive,
antifasciste,
e prefazione di Mario Rossi, Zero in condotta, 2013 pp. 15-17 ; Secondo e terzo
brano in
Anna Maria Bruzzone – Rachele Farina, La
resistenza taciuta. 12 vite di partigiane piemontesi. Prefazione di Anna Bravo,
Bollati Boringhieri 20016 pp. 172-173 e pp. 59-60
NOTA: Tra gli anarchici, già citati in altri post di questo blog, che parteciparono, con la loro autorevolezza di "vecchi" rivoluzionari, non nel senso anagrafico del termine, alla Resistenza mi limito a citare GIOVANNI DOMASCHI (cfr. post ALFONSO FAILLA, UGO FEDELI .....) ed ENRICO ZAMBONINI ( cfr. post VOLONTARI ITALIANI ANARCHICI IN SPAGNA 2 )
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