martedì 3 maggio 2011

ANARCHICINI: (1) MOVIMENTI ANARCHICI E LIBERTARI DEL XXI SECOLO : ISRAELE, PALESTINA, CHIAPAS , ROJAVA .

ISRAELE-PALESTINA

ANARCHICO CONTRO IL MURO
Dopo lo sciagurato "cambio di rotta", come l'ha definito Noham Chomski, (cfr. post : Sionismo Libertario) avvenuto in seguito alla fondazione dello Stato d'Israele, non mi sembra comunque sia da sottovalutare la nascita , da circa un decennio e più,  la nascita in Israele  di varie associazioni decise  ,  sebbene minoritarie rispetto a quelle filo-governative, ad opporsi, anche a rischio della vita dei propri militanti, con azioni non violente alla progressiva escalation di violenza e di discriminazioni dell’estrema destra israeliana , sia laica che  religiosa, nei confronti  dei palestinesi.  Per la sua  caratterizzazione anarchica , anche se nella sua cerchia coesistono anche non anarchici,  ed anche  per le maggiori, relativamente, informazioni su di esso, di cui dispongo, mi limiterò, almeno per il momento,  a soffermarmi soltanto  sul gruppo noto con il nome di  Anarchists Againts the Wall “(  Anarchici contro il muro )  (ACIM) fondato nel2003 .  Cito per dare un’idea anche se  solo approssimativa,  di questa associazione al suo metodo di lotta così come lo ha descritto Neve Gordon sulla edizione on-line di "The Nation" .  (cfr brano)
Brano da commentare:   “ Gli Anarchici contro il Muro non hanno dirigenti ufficiali, non hanno un ufficio e nemmeno dei funzionari retribuiti, eppure sono riusciti a fare molto di più di molte ONG ben funzionanti e di molti movimenti sociali insieme […] Come attivisti ebrei essi sanno molto bene che i militari israeliani si comportano molto diversamente quando gli ebrei sono presenti durante una manifestazione in Cisgiordania e sanno bene che il livello di violenza dei soldati, in genere molto severo, scema in intensità quando ci sono loro nelle manifestazioni. Infatti, le forze militari hanno regole di ingaggio molto più restrittive nell’uso delle armi da fuoco, quando vi è la partecipazione di attivisti non palestinesi. Per cui , quando un pubblico comitato di un villaggio decide di fare una protesta non violenta contro l’occupazione delle terre, gli anarchici si mescolano con gli abitanti del villaggio, diventando uno scudo umano per tutti quei palestinesi che hanno scelto di seguire l’insegnamento del Mahatma Gandhi e di Martin Luther King. Ed anche se gli anarchici vengono di frequente picchiati e arrestati, loro non si arrendono “  ( Neve Gordon, Chi sono gli anarchici contro il muro, in The Nation 30 luglio 2007)  
Bibliografia: Chi sono gli anarchici contro il muro in A Rivista Anarchica, estate 2009  p. 29
           
MANIFESTAZIONE DI ANARCHICI CONTRO IL MURO ALLA BASE AEREA DI SDE DOV
Di notevole interesse è anche, sempre sul medesimo numero di Rivista Anarchica , l'intervista  di ANDREA STAID   a URI GORDON  attivista anarchico  israeliano e uno dei fondatori del gruppo, svoltasi durante il suo soggiorno a Milano  nel maggio 2009. (cfr. brano)
Brano da  commentare:     ANDREA STAID:   "… “Torniamo all’attualità : cosa caratterizza questo movimento degli ACIM e come viene visto dall’opinione pubblica israeliana?  - URI GORDON : Come ti dicevo prima, questo movimento è caratterizzato soprattutto dalla voglia di combattere contro il muro e l’occupazione dei territori, diciamo che la cosa che lo caratterizza di più è la pratica unitaria, israeliani e palestinesi uniti nell’azione diretta non violenta contro il muro. Per quanto riguarda  l’opinione pubblica israeliana è difficile rispondere, la maggior parte degli Israeliani è a favore del muro e dell’occupazione soprattutto a parole perché nella pratica anche la loro vita, la vita di tutti diventa più difficile con il muro e la sempre più ampia militarizzazione del territorio. Penso che gli ACIM non siano visti particolarmente bene dalla maggior parte dell’opinione pubblica israeliana, ma tu cosa mi diresti se ti girassi la domanda, come siete visti dall’opinione pubblica, voi anarchici italiani?  […]   - Andrea Staid: Hai notato un aumento della repressione di stato negli ultimi periodi? - URI GORDON:  Sicuramente la repressione è aumentata molto contro gli attivisti degli anarchici contro il muro, in una delle azioni contro l’ultima guerra in Palestina ventuno membri del gruppo sono stati arrestati dopo aver bloccato l’ingresso della base delle Forze Aeree Israeliane di Sde Dov, nella parte nord di Tel Aviv. I manifestanti, che indossavano maschere bianche macchiate di sangue finto, si sono sdraiati sulla strada fingendo di essere morti. Sono stati arrestati dopo essersi spostati dalla strada, mentre stavano già sul marciapiede. La protesta sarebbe dovuta servire a mostrare ai piloti delle Forze  Aeree Israeliane il risultato delle loro azioni a Gaza. Dall’alto del cielo, un pilota che schiaccia un bottone può ignorare, dimenticare, o non essere neppure in grado di capire che in quel preciso momento ha ucciso persone innocenti”. ( Uri Gordon Intervistato da Andrea Staid , maggio 2009).
Bibliografia: Noi anarchici contro il muro.  in Andrea Staid, Intervista a Uri Gordon in A Rivista Anarchica, estate 2009  pp. 30-31
MANIFESTANTI PALESTINESI E ISRAELIANI A BIL' IN
   Un esempio di tale modo di lottare lo si  può constatare  nel villaggio palestinese di Bil’in, dove  su decisione di un comitato in cui partecipano sia palestinesi che israeliani, si svolgono   periodiche manifestazioni contro l’occupazione e la pulizia etnica, tra cui la famigerata detenzione amministrativa , senza accusa  né processo , che , tra gli altri, fu applicata anche nei confronti del giornalista palestinese Mohammed Al Qiq, che, detenuto dal 21 novembre 2016, reagì ad essa con un lungo (94 giorni)  ed estenuante sciopero della fame  conclusosi , per quanto ne so, il 27 febbraio .  Già nel 2009 Maria Matteo sottolineava  la stretta collaborazione che sussisteva fra gli  Anarchici contro il Muro e gli abitanti del villaggio palestinese di Bil'in"(cfr.  primo brano) . Oggi quella collaborazione è ancora in atto,  ed è stata recentemente  assunta dalla nota filosofa contemporanea, Judith Butler,  come uno degli  esempi più importanti   di azione diretta anarchica e della contemporanea “pratica della libertà”  (cfr. secondo brano).
Brani da commentare 1)   Parimenti in Israele gli  “anarchici contro il muro” hanno intrapreso un percorso di solidarietà e condivisione delle lotte contro il muro dell’ Apartheid in Cisgiordania , che li ha portati fianco a fianco dei contadini dei villaggi che si battono per l’acqua, gli ulivi e gli agrumeti, per il futuro dei loro figli, per non essere costretti all’esilio. In due  anni hanno diviso il pane e  le pallottole di gomma sparate dall’esercito israeliano, sono stati feriti ed arrestati più volte. Hanno rallentato ma non abbattuto il muro razzista , ma hanno tirato giù un ben altro muro, una ben altra frontiera, quella della differenza e dell’odio. Quando gli integralisti di Hamas hanno incitato la popolazione del villaggio di Bil’in a colpirli e cacciarli perché ebrei, la gente di Bil’in . che aveva imparato a conoscerli e a capire le loro ragioni, si è opposta con fierezza”. Maria Matteo , Ad ovest di Gaza , febbraio 2009 ); 2) Non sono certa  di intendere l'anarchismo come un'identità, ma piuttosto come un movimen to  che non sempre funziona in modo continuo. Per  quanto mi riguarda , esistono almeno due punti di riferimento nella politica contemporanea. Uno ha a che fare  con gli Anarchici contro il Muro ( Anarchist  Against the Walla ). L'altro è il modo in cui l'anarchismo queer si colloca come alternativa importante movimento crescente del libertarismo gay. Sebbene non abbia dubbi che gli anarchici contro il muro in Israele/Palestina siano interessati alla storia del movimento anarchico mi sembra che questo sia un caso in cui l'azione diretta contro una forza militare e contro una politica segregazionista sia un evento formidabile. Seguendo , per esempio, le dimostrazioni settimanali a Bi’ lin, è possibile vedere corpi umani che si dispongono lungo la traiettoria delle macchine impiegate nella costruzione del muro di separazione, che si espongono ai gas lacrimogeni e producono letteralmente un’interruzione e un cambiamento di rotta del potere militare. Il punto è entrare dentro la scena, negli edifici, nelle dinamiche, arrestarle, cambiare la loro direzione, ma anche utilizzare il corpo come uno strumento di resistenza. Naturalmente è importante che ci siano telecamere, lì sulla scena, e che queste macchine funzionino come contro-macchine, documentando la violenza di stato di Israele, ma anche ostruendo il suo tentativo di controllare la copertura mediatica delle proprie azioni. Poiché il razzismo sta alla base di questo muro di segregazione, vediamo anche  lo “scandalo” della violenza perpetrata contro gli attivisti israeliani. Ovviamente le aggressioni e uccisioni di quel genere provocano un’ indignazione di gran lunga maggiore rispetto a quella che si prova quando le vittime sono palestinesi o altri stranieri di quella regione. ..." (Judith Butler intervistata da Jamie  Hecckert) . -
Bibliografia: Primo brano in Maria Matteo , Ad ovest di Gaza  in A rivista anarchica  n. 341 febbraio 2009, p. 6 e secondo brano in Judith Butler, Sull'anarchismo in La pratica della libertà ed i suoi limiti a cura di Luciano Lanza, Mimesi/Libertaria 2015 pp. 87 -88.  Cfr. anche  Judith Butler , Sostengo un ebraismo non associato alla violenza di Stato, in  A chi spetta una buona vita? , Sassi nello stagno/politica, Nottetempo 2013.
                                                                                          
ATTIVISTA PALESTINESE PER I DIRITTI CIVILI E LA FINE DELL'OCCUPAZIONE MILITARE
        


Prendendo come esempio le manifestazioni settimanali non violente, nel villaggio  della Cisgiordania di Bill’in , iniziate nel 2005,  contro l’occupazione israeliana , molti altri villaggi della Cisgiordania si sono mossi in questo senso, istituendo comitati popolari al fine  di organizzare , ogni venerdì,  proteste contro il muro. Tra questi villaggi si distingue  il villaggio di Nabi Saleh, ove  il comitato popolare  sorse soprattutto su iniziativa delle donne nel 2009. ( cfr. brano)
Brano da commentare:     … E’ dalle donne che è partito tutto , nel nostro villaggio non c’è una netta distanza tra uomini e donne, la nostra forza è avere il supporto degli uomini altrimenti tutto sarebbe difficile [….] Le donne  [ nota mia: sotto l’occupazione militare israeliana ] soffrono moltissimo. Soffrono due volte, perché hanno la loro battaglia personale, visto che partecipano attivamente a tutte le iniziative, come gli uomini, e vengono umiliate e arrestate esattamente come gli uomini. E poi sono costrette a vedere lo stesso trattamento inferto ai propri mariti, padri. E devono essere forti per i loro figli.  […]  La vita è molto difficile a  Nabi saleh. E’ un piccolo villaggio e ogni venerdì  diventa un campo di battaglia . Il villaggio scompare sotto una nuvola di gas lacrimogeni molto tossici, che l’esercito israeliano lancia contro i manifestanti. Questo inevitabilmente ha degli effetti negativi sulla salute degli abitanti del villaggio, dei bambini specialmente, che stanno soffrendo molto più degli adulti.  I bambini stanno diventando un bersaglio per l’esercito israeliano, sono i più deboli; 33 bambini del villaggio con meno di 16 anni sono stati arrestati dall’esercito israeliano  e trasferiti in una prigione vicino a Jaffa. Non sono autorizzati a stare insieme ad altri detenuti palestinesi perché secondo il governo israeliano ne sarebbero infuenzati. A volte li tengono insieme a criminali israeliani. L’esercito entra nelle nostre case anche durante la notte. Svegliano i nostri bambini anche durante la notte . Svegliano  tutti i bambini tra i 10 e i 15 anni per schedarli. Chiunque può immaginare cosa prova un bambino che viene svegliato nel cuore della notte e trova la sua stanza piena di soldati. […] La nostra videocamera è la nostra arma ed è molto meglio che lanciare pietre. Abbiamo cominciato anche a tenere corsi per i bambini tra i 10 e i 17 anni e ora  sanno come usarla. Ci aiutano gli attivisti israeliani di B’Tsalem. Abbiamo cominciato a documentare tutto per poi metterlo in  internet.  L’anno scorso un deputato del  Congresso americano (Geoff Davis) è venuto a casa mia , voleva provare che noi palestinesi siamo terroristi e che Israele ha il diritto di usare ogni mezzo per difendersi. Abbiamo avuto una lunga  conversazione e poi a un certo punto gli ho fatto vedere un video dove si vede mio figlio di 12 anni a cui l’esercito aveva sparato, in terapia intensiva. [ …] Dopo quella visita è diventato un attivo sostenitore della nostra battaglia all’interno del Congresso americano.  […] Altri deputati del Congresso sono stati invitati da lui a venire a Nabi Saleh per  vedere cosa succede. Per me, per noi palestinesi, questa è stata una vittoria enorme, perché cambiare una mentalità è più importante che lanciare una pietra “.  ( testimonianza  di Namal Al Tamini  (o Tamimi)  sulla resistenza nonviolenta a  Nabi Saleh in  Miriam Marino Con le unghie e con i denti ……. )
Bibliografia : in Miriam Marino Con le unghie e con i denti. La resistenza delle donne in Palestina,  Red Star Press 2017 pp. 101, 102, 103. L’autrice, non menziona nel libro ,  la data di questa testimonianza, che, forse, se non mio sbaglio, risale al 2012-2013.  Navigando su internet comunque appaiono  ancora nel  gennaio  2018 notizie di persecuzioni contro gli abitanti di  Nabi Saleh e in particolare contro membri della famiglia Tammimi ( Namal, Tariman e i loro figli e nipoti adolescenti)
 
 
                                                    LIBERTARI PALESTINESI
Nonostante l’assenza in Palestina, di un movimento anarchico organizzato  e di un preciso concetto  politico e filosofico di “anarchia”, corrispondente a quello diffuso in Occidente,  sono comunque diffusi sentimenti libertari e modalità di azione  antiautoritari (cfr. brano)
Brano da commentare: “…… In Palestina gli elementi della lotta popolare sono stati storicamente auto-organizzati. Anche se non esplicitamente identificati come “anarchici “. La gente ha sempre agito orizzontalmente, o non gerarchicamente, organizzando l’intera propria vita” dice Beesan Ramadan, un’altra anarchica locale, che descrive l’anarchismo come una “tattica” mettendo in discussione il bisogno di etichettarla.  E poi lei continua “ C’era già nella mia cultura e nel modo in cui l’attivismo si è mosso. Durante la prima intifada, per esempio, quando la casa di qualcuno veniva demolita la gente si organizzava per ricostruirla quasi spontaneamente. Come anarchica palestinese io non vedo l’ora di ritornare alle radici della prima intifada. […] “Essere un anarchico non significa sventolare una bandiera nera e rossa o diventare un black bloc” puntualizza Ramadan riferendosi alla  consolidata tattica di protesta anarchica di vestire di nero e di coprirsi la faccia. “ Io non voglio imitare nessun gruppo occidentale nel modo in cui  loro “fanno” gli anarchici … non funziona qui  perché c’è bisogno di creare una piena consapevolezza della gente- La gente non comprende questo concetto “. In effetti Ramadan pensa che la scarsa visibilità degli anarchici palestinesi, e la mancanza di conoscenza dell’anarchismo più in generale tra i palestinesi, non significhi necessariamente che siano pochi. “ Io penso che ci sia un buon numero di anarchici in Palestina” sottolinea, ma ammette che “nella maggior parte dei casi, per il momento, si tratta di un convincimento individuale anche se siamo tutti attivi ciascuno a suo modo.” […]  “ Essere semplicemente parte di un a opposizione politica non ti salverà “ avverte Ramadan, che aggiunge che per molte donne “ quando ti opponi all’Occupazione devi anche opporti alla famiglia”. In effetti la presenza delle donne nella protesta maschera il fatto che molte donne devono combattere proprio per esserci. Anche solo partecipare a incontri serali costringe le giovani donne a superare confini sociali inesistenti per i maschi. […] “ Come palestinesi dobbiamo stringere legami con gli anarchici arabi” dice Ramadan influenzata dalle sue letture di testi di anarchici in Egitto e in Siria” “ Noi abbiamo molto in comune, ma, a causa dell’isolamento , finiamo con l’incontrare anarchici internazionali che qualche volta, per quanto buona  sia la loro politica, rimangono bloccati nei loro luoghi comuni e nell’islamofobia”. […] “ La gente ha bisogno del nazionalismo nei tempi della lotta , ammette, ma talvolta diventa un ostacolo. Sai qual è il senso negativo del nazionalismo? Significa che  pensi solo come palestinese, che i palestinesi sono gli unici che soffrono nel mondo” E anche Nimer aggiunge : “Si sta parlando di sessant’anni di occupazione e di pulizia etnica, e sessant’anni di resistenza attraverso il nazionalismo. E’ un tempo troppo lungo, non è sano. La gente può passare molto velocemente dal nazionalismo al fascismo” (Conversazione con anarchici palestinesi di Joshua Stephens in instituteforaanarchiststudies, luglio 2013, traduzione di Fabrizio Eva)
Bibliografia :  in  Nel nome di nessun Dio, a cura di Luciano Lanza in Libertaria 2016 , Mimesis,  pp. 104 e 105
                                                                                                   
Un tipico esempio di tale “anima libertaria” lo si può riscontrare anche in un manifesto redatto da  “ ragazzi di  Gaza” (credo) nel 2011 (cfr. brano)
Brano da commentare: “ “ Vaffanculo Hamas, Vaffanculo Israele, Vaffanculo Fatah, Vaffanculo Onu, Vaffanculo Urwa, Vaffanculo USA! Noi, i giovani di Gaza, siamo stufi di Israele, di Hamas, dell’occupazione, delle violazioni dei diritti umani e dell’indifferenza della comunità internazionale! Vogliamo  urlare per rompere il muro di silenzio , ingiustizia  e indifferenza, come gli F!6 israeliani rompono il muro del suono; vogliamo urlare con tutta la forza delle nostre anime  per sfogare l’ immensa frustrazione che ci consuma per la situazione del cazzo in cui viviamo, siamo come pidocchi stretti tra due unghie, viviamo un incubo dentro un incubo, dove non c’è spazio né per la speranza né per la libertà. […] C’è una rivoluzione che cresce dentro di noi,  un’ immensa insoddisfazione e frustrazione che ci distruggerà a meno che non troviamo un modo  per canalizzare questa energia in qualcosa che possa sfidare lo status quo e ridarci la speranza. La goccia che ha fatto traboccare il vaso facendo tremare i nostri cuori per la frustrazione e la disperazione  è stata quando il  30 novembre gli uomini di Hamas sono intervenuti alla Sharek Youth Forum, un’organizzazione di giovani molto seguita con fucili, menzogne e violenza, buttando tutti i volontari fuori, incarcerandone alcuni, e proibendo allo Sharek di continuare a lavorare. Alcuni giorni dopo , alcuni dimostranti davanti alla sede dello Sharek sono stati picchiati, altri incarcerati. Stiamo davvero vivendo un incubo dentro un incubo. E’ difficile trovare le parole per descrivere  le pressioni a cui siamo sottoposti. Siamo sopravvissuti a malapena all’ Operazione  Piombo Fuso, in cui Israele ci ha bombardati di brutto con molta efficacia, distruggendo migliaia di case e ancora più persone e  sogni. Non si sono sbarazzati di Hamas, come speravano,  ma ci hanno spaventati a morte per sempre, facendoci tutti ammalare di sindromi post-traumatiche, visto che non avevamo nessun posto dove rifugiarci. Siamo giovani dai cuori  pesanti. […] Sorridiamo per nascondere il dolore. Ridiamo per dimenticare la guerra. Teniamo  alta  la speranza per evitare di suicidarci qui e adesso. Durante la guerra abbiamo avuto la netta sensazione che Israele voglia cancellarci dalla faccia della terra. Negli ultimi anni Hamas ha fatto di tutto per controllare i nostri pensieri, comportamenti e aspirazioni. […] Non vogliamo odiare, non vogliamo sentire questi sentimenti, non vogliamo più essere vittime. Basta! Basta dolore, basta lacrime, basta sofferenza, basta controllo, proibizioni, giustificazioni ingiuste, terrore, torture, scuse, bombardamenti, notti insonni, civili morti, ricordi neri, futuro orribile, presente che ti spezza il cuore, politica perversa, politici fanatici, stronzate religiose, basta incarcerazioni! Diciamo Basta!  Questo non è il futuro che vogliamo! Vogliamo tre cose. Vogliamo essere liberi. Vogliamo poter vivere una vita normale. Vogliamo la pace. E’ chiedere troppo? Siamo un movimento per la pace fatto dai giovani di Gaza e da chiunque altro li voglia sostenere e non si darà pace finché la verità su Gaza non venga fuori e tutti ne siano a conoscenza, in modo tale che il silenzio-assenso e l’indifferenza urlata non siano  più accettabili.  Questo è il manifesto dei giovani di Gaza per il cambiamento! Inizieremo con la distruzione dell’occupazione che ci circonda, ci libereremo da questo carcere mentale per guadagnarci la nostra dignità e il rispetto di noi stessi. Andremo avanti a testa alta anche quando ci opporranno resistenza. Lavoreremo giorno e notte per cambiare le miserabili condizioni di vita in cui viviamo. Costruiremo sogni dove incontreremo muri.  Speriamo solo che tu – sì, proprio tu che adesso stai leggendo questo manifesto! - Ci supporterai. […] Vogliamo essere liberi, vogliamo vivere, vogliamo la pace. LIBERTA’ PER I GIOVANI DI GAZA! " (Testo diffuso da LAD - Libero Ateneo della Decrescita (ecoculture.noblogs.org) CUSA- umanesimo anarchico (cusa splinder.com)
Bibliografia :  in  Nel nome di nessun Dio, a cura di Luciano Lanza in Libertaria 2016 , Mimesis,  pp. 106 e 107
CHIAPAS :
LENTO, PERO AVANZO

Ormai dopo vent’anni  dall’ apparizione dell’ Esercito  Zapatista di Liberazione Nazionale  (Ezln)  è stata superata quella sostanziale disinformazione  su questo movimento , messa in rilievo , nel 1998, da Sylvie Deneuve e Charles Reevee  e che secondo loro rendeva alquanto  acritica l’ entusiastica  accoglienza dell'ideologia zapatista   negli ambienti anarchici e libertari occidentali. (cfr. brano) .
Brano da commentare: “ Nell’ età dell’oro del “socialismo realmente inesistente”, c’erano i viaggi organizzati verso i paesi dell’avvenire radioso. I fedeli venivano allora a manifestare il proprio entusiasmo per una realtà messa in scena dai signori del luogo. Così sono stati visitati l’URSS del socialismo dei soviet, la Cina del socialismo maoista, l’Albania del socialismo in miniatura, Cuba del socialismo barbuto, il Nicaragua del socialismo sandinista, eccetera. Guai a chi contestava  il carattere oggettivo, scientifico, indiscutibile di queste realtà costruite. Fino al giorno in cui questi sistemi sono sprofondati. Si era creduto di vedere, e non s’era visto nulla! Ciononostante ne è stata tratta qualche lezione? Bisogna credere di no! Ai giorni nostri l’epicentro  della rivolta in queste regioni si è spostato verso Nord. Nella foresta Lacandona e nei suoi dintorni, i dati della politica marxista-leninista tradizionale sono stati scombussolati dagli sconvolgimenti del mondo. Avendo un nuovo ordine mondiale sostituito la divisione in  due blocchi, i commissari politici hanno aggiornato la propria identità e sono anche pronti a citare Bakunin, benché , per prudenza, preferiscono i testi di teologia della liberazione cristiana o magari Shakespeare. Non c’è voluto di più perché i libertari, di Francia e di Navarra, si convincessero che questa era la volta buona, e che un movimento politico e militare poteva diventare portatore d’ideali di emancipazione sociale. Sono stati la semplice evocazione di Zapata e il ricordo di un “ Messico al di sotto del vulcano” ad averli sedotti?  […] Questi apostoli dello zapatismo sono, d’altra parte, incapaci di fornirci la minima informazione e la minima testimonianza diretta su quanto accade nelle campagne messicane: sulle azioni di occupazione, sulle forme organizzative scelte dai contadini in lotta, sui loro obiettivi e sulle prospettive politiche . E sono altrettanto incapaci di apportare il minimo elemento critico che ci permetta di approfondire la conoscenza dell’organizzazione di avanguardia che dirige la lotta armata, Infine il sostegno esterno all’ Ezln è rimasto prigioniero della sua natura essenzialmente nazionalista …”  (Sylvie Deneuve e Charles Reevee, Al di là del  passamontagna del Sud-Est messicano  : 1998)
Bibliografia: Sylvie Deneuve e Charles Reevee, Al di là del  passamontagna del Sud-Est messicano ,  NN1998 pp. 12-13
Attualmente, a differenza di allora, sussiste  sullo zapatismo un ampia e documentata bibliografia e  numerose sono anche le  testimonianze dirette  sulla  “democrazia  comunitaria” dei villaggi zapatisti da parte di libertari e libertarie stranieri, tra cui italiani , i quali, per la loro serietà d’ intenti ,  si  distinguevano dai “turisti” occasionali e con paraocchi ideologici. Una testimonianza di tale distinzione risale già ai primi tempi dell’ insurrezione zapatista.  (cfr. brano) .
Brano da commentare: “ Domanda: Si può parlare di turismo rivoluzionario?  Risposta:  Per alcuni certamente sì. Sono quelli che arrivano senza conoscere la realtà zapatista, con l’unico scopo di vedere e conoscere Marcos, il mito. In genere stanno lì due o tre giorni, contenti di avere parlato con un tizio incappucciato. Poi qualcuno se ne va, incapace di sopportare la lontananza dalle comodità occidentali. Altri restano cercando di rendersi utili, di aiutare gli zapatisti.   Ma in questo molti si sentono in grado di fare delle critiche, di sputare sentenze, di dare degli insegnamenti. Con le loro certezze ideologiche, e soprattutto l’arroganza occidentale, pretendono di insegnare come si fa una rivoluzione ad una comunità che ha resistito agli spagnoli per centinaia di anni, o come si dovrebbe coltivare un orto o costruire una casa. Una visione paternalista, se non colonialista, anche se nascosta da idee rivoluzionarie. […] Al contrario, per fortuna, c’è chi arriva per capire, conoscere, aiutare, prima ancora di giudicare ed “insegnare”. ( Intervista, nel 1997,  di  Giordano Cotichelli ad  Alessandro Simoncini , che tornava da un viaggio in Chiapas durato più di quattro mesi)
Bibliografia: Intervista di  Giordano Cotichelli ad Alessandro Simoncini , Il Chiapas e noi in A Rivista anarchica  n. 237  giugno 1997 p.32
                                                                             
ZAPATISTI E ZAPATISTE
Tra  le testimonianze  di quest’ultimo tipo di “turisti”,  autenticamente solidali,  mi limito, in questo post,  per ragioni di spazio,a citare quelle che dall’ estate  del 2014 sino al dicembre gennaio-gennaio 2016 Orsetta Bellani scrisse dal Chiapas per A rivista anarchica e ora raccolte nel libro  Indios senza re. Conversazioni con gli zapatisti su autononomia e resistenza . Particolarmente interessanti, a mio parere,  sono tra i temi affrontati , nel libro. : il problema femminile ( primo brano),  l’educazione  della gioventù ( secondo brano)  e il finale obiettivo del movimento (terzo brano)
Brani da commentare: 1)  “ Prima dell’arrivo dei conquistadores europei, nelle comunità indigene non vigeva la parità tra i generi, ma il maschilismo e il patriarcato oggi imperanti sono stati importati dal vecchio mondo.  L’ invasione coloniale ha infatti imposto la religione cristiana, portatrice dell’idea che la causa di tutti i mali è Eva, la donna . Originariamente i popoli indigeni  rispettavano maggiormente la donna in quanto creatrice della vita, e in certi casi le riservavano un ruolo centrale nella società. […] Oggi le zapatiste, come molte altre donne chapaneche, lottano  per i propri diritti cercando di coinvolgere  anche gli uomini. […] La Legge  Rivoluzionaria delle Donne è in vigore nei territori autonomi zapatisti e prevede, inoltre, il diritto per le donne a un salario degno,  a salute, educazione,  a ricoprire incarichi politici e militari, a non essere vittima di maltrattamenti e poter scegliere il proprio partner . […] I diritti che le zapatiste rivendicano nella loro legge possono sembrarci scontati, ma forse non lo erano per le nostre nonne, né lo sono per molte donne del pianeta. Per le indigene del Chiapas rappresentano una vera e propria rivoluzione. […] Molte rivendicazioni delle zapatiste, come di altre indigene latino-americane, sono simili a quelle del femminismo urbano. Le donne chapaneche hanno rivisto le teorie del Nord geopolitico e le hanno trasformate a partire, dalla propria cultura e cosmovisione, producendo nuovi significati che sono stati a loro volta spunti di. I contenuti non devono essere delle mere speculazioni intellettuali riflessione per il pensiero femminista. E’ il cosiddetto “femminismo comunitario”, che combatte il patriarcato a partire dal modo di pensare indigeno e “decolonizza” la parola “femminismo” , figlia del pensiero filosofico occidentale, pur nel rispetto della lotta delle donne europee e nordamericane. “; 2) “ Il sistema scolastico zapatista vuole “decolonizzare l’educazione” e segue i principi del pedagogo brasiliano Paulo Freire. L’idea è che i programmi scolastici non siano schemi fissi e  granitici, ma delle guide fluide che possono essere cambiate di volta in volta, e che prendono forma attraverso il dialogo tra educatori, comunità e alunni. I contenuti non devono essere delle mere speculazioni intellettuali, ma si devono calare nella quotidianità degli alunni, riflettendo criticamente su situazioni esistenziali significative per loro.  […]  Nella scuola della comunità Comandanta Ramona maschi e femmine dormono in stanze separate ma contigue. Crescono insieme, s’innamorano, scoprono l’amicizia tra uomo e donna. Queste ragazze studiano, prendono sicurezza in se stesse e nelle proprie capacità, mentre vedono gli uomini intorno a loro cucinare e pulire. E’ una rivoluzione sociale, se si pensa che probabilmente le loro madri sono analfabete e sono uscite poco di casa, educate a servire i loro padri  e poi i mariti e i figli.” ;  3)  “ Il buen vivir è una filosofia di vita presente nella cosmo visione e nelle pratiche dei popoli  nativi americani, e si modella a partire dal conmtatto tra la cultura indigena ancestrale e la civilizzazione europea.  […] Buen vivir non è vivere bene ,ma è avere una vita degna, che dev’essere conquistata. Non è un’idea romantica di ritorno alla vita silvestre, ma una proposta politica che implica una critica al concetto di sviluppo e allo stile di vita occidentale, ambientalmente insostenibile.  Il buen vivir è uno strumento di resistenza all’estyrattivismo capitalista, e appare sempre più frequentemente nei comunicati dell’ EZLN. Nelle lingue tzeltal e tzotzil  dei maja del Chiapas, il concetto di buen vivir viene designato con il termine lekil kukxlejal : “ Il lekil kukxlejal è la buona vita per antonomasia. Non è un’utopia perché non si riferisce a un sogno inesistente.  Il  lekil kukxlejal è esistito, si è degradato però non si è estinto, ed è possibile recuperarlo.” Il lekil kukxlejal non è un’azione soggettiva ma collettiva. Si manifesta nella vita comunitaria che tiene la sua base nell’assemblea, è il lavoro collettivo e la partecipazione alle feste, è difesa del territorio e resistenza a modelli di vita non accettabili dalla comunità  “. ( da Orsetta Bellani , Indios senza re….)
Bibliografia:  Orsetta Bellani Indios senza re. Conversazioni con gli zapatisti su autononomia e resistenza, La Fiaccola 2016  (primo brano) p. 38, 36, 39 L’ordine delle pagine segue quello delle mie citazioni ( non so se è permesso farlo); (secondo brano) p. 49 e 50 ; (terzo brano)  p. 99 e 100. 

ROJAVA 
 
MURRAY BOOKCHIN E IL PASSAGGIO DAL MARXISMO-LENININISMO- MAOISMO AL CONFEDERALISMO DEMOCRATICO NEL KURDISTAN
  A partire dal 2002 , le teorie dell'ecologia  e del municipalismo  libertario di Murray Bookchin ( cfr infra post: Anarchici americani contemporanei) svolsero una notevole influenza sul leader curdo, Abdullah  Ӧcalan  e sul PKK ( Partito dei lavoratori curdi) , fondato nel 1978 e   orientato , per lungo tempo, su posizioni rigorosamente marxiste-leniniste.  Questa evoluzione  , in senso libertario,  del pensiero politico e sociale   di Ӧcalan  e  del PKK   è stata ben analizzata dalla compagna di Murray Bookchin , Janet Biehl in un suo articolo,  da cui traggo alcuni frammenti.  (cfr. brano)
Brano da commentare:    … Poi , nel febbraio 1999, dopo una spettacolare caccia all’uomo a livello internazionale, Abdullah Ӧcalan  fu catturato in Kenja, arrestato e tradotto in Turchia per subire un processo con l’accusa di tradimento. Seguì per Ӧcalan , una lunga fase di ripensamento. Dopo il crollo dell’Unione sovietica nel 1991, egli era uno dei tanti personaggi della sinistra internazionale che avevano respinto il marxismo-leninismo, il “socialismo reale”, lo stalinismo, in quanto autoritari e dogmatici. Il popolo curdo, sosteneva, “ deve reagire alle esigenze del momento storico” e “riconsiderare i principi, i programmi e le modalità di azione-  […]  “ La situazione , tanto per i Turchi quanto per i Curdi, sarebbe migliore in una Turchia veramente democratica”, affermò Ӧcalan davanti agli inquirenti. “ E la Turchia non può essere una vera democrazia se non riconosce l’esistenza e i diritti del popolo curdo [.. .] Quale che fosse l’idea che gli inquirenti si erano fatti di quel messaggio, era del messaggero che non si curavano: incriminarono  Ӧcalan  per tradimento e lo condannarono a morte. Pochi anni dopo, la domanda di entrare nell’Unione Europea impose alla Turchia di eliminare la pena di morte e la sentenza di Ӧcalan fu commutata in ergastolo. Fu incarcerato nell’isola di di Imrali nel mar di Marmara. […] I suoi avvocati gli portavano libri da leggere, testi di storia, di sociologia e di altri argomenti. Tra il 2001 e il 200 si interessò alle opere di Bookchin, soprattutto a Ecologia della libertà e a The rise of Urbanization, le cui traduzioni in turco erano state pubblicate diversi anni prima. […] Anche se languiva dietro le sbarre, Ӧcalan riusciva a comunicare con il popolo curdo attraverso i propri legali. Cominciò così a raccomandare Bookchin. Invitò tutti i  sindaci dei territori curdi a leggere Urbanization Without Cities e tutti i militanti a studiare L’ ecologia della libertà. […]  Alla morte di Bookchin, nel luglio 2006, l’assemblea del PKK ha reso omaggio a “uno dei maggiori scienziati sociali del ventesimo secolo”. Bookchin “ ci ha introdotto al pensiero dell’ecologia sociale, - ha dichiarato l’assemblea – e ha contribuito a sviluppare la teoria socialista per farla avanzare su basi più solide.” Ha indicato come tradurre in realtà un nuovo sistema democratico. “ Ha avanzato il concetto di confederalismo, un modello che noi crediamo creativo e realizzabile “. L’ assemblea ha anche affermato : “ Le tesi [ di Bookchin ] sullo Stato, il potere, la gerarchia saranno messe in pratica e attuate attraverso la nostra lotta [….] Realizzeremo questa promessa come prima società che stabilisca un concreto confederalismo democratico “. […] Nel luglio 2011 un congresso straordinario al Diyarbakir ( la capitale curda de facto) ha dichiarato “l’autonomia  democratica”, intendendo con ciò che le città e i centri urbani curdi tradurranno in pratica questo principio costituendo istituzioni democratiche e organizzazioni della società civile. […] Le organizzazioni sono in fase di attuazione , ma se si considera che sono state create in condizioni di costante repressione e di guerra, è notevole quanto si è di già realizzato”  ( Janet Biehl, La strana coppia , 2013 )
 Bi bliografia :  Janet Biehl, La strana coppia in A rivista anarchica n. 381, giugno 2013, p. 92, 95, 96. Cfr. anche a p. 95, dove Janet Biehl riferisce i sentimenti di profonda e reciproca stima , che si scambiarono, per lettera,  Ӧcalan e  Bookchin. Bisogna inoltre considderare che Janet Biehl tornando sull'argomento pur continuando a mettere in risalto le conquiste rivoluzionarie e libertarie nel Rojava ha anche espresso alcune perplessità su alcuni "aspetti inquietanti" di quel movimento, tra cui il culto della personalità riservato a Ӧcalan in Janet Biehl, I paradossi della liberazione in A rivista anarchica , n. 411 novembre 2016 p. 23 ss.
                                                                                
MILIZIANA E MILIZIANO CURDI
Sulle affinità e sulle differenze  tra il confederalismo democratico , soprattutto così come esso si sta realizzando nel Kurdistan,  e il confederalismo anarchico è tuttora aperto, nell’ambito del movimento anarchico, un dibattito, che, comunque, non può prescindere dal fondamentale contributo dato ad entrambi questi due concetti dalla teoria del “municipalismo libertario” di Bookchin .  Mi limito , qui,  a citare alcuni brani  tratti da due contrapposte  interpretazioni su questo complesso e attualissimo problema.  Il  primo brano è di David Graeber e il secondo di  Zafer Onat . Ed è, a mio parere, interessante notare che entrambi i brani pongano particolarmente l'accento, anche se per giungere poi a conclusioni diverse , sul fenomeno delle milizie nella rivoluzione sociale spagnola (cfr. post "LOS MILICIANOS .....)  e  nella lotta per la propria autonomia nel Kurdistan. " (cfr. brani)
Brani da commentare :  1)“ La regione autonoma del Rojava, così come esiste oggi, è uno dei pochi raggi di luce – un raggio di luce molto luminoso, a dire il vero – a emergere dalla tragedia della Rivoluzione siriana. Dopo  avere scacciato gli agenti del regime di Assad nel 2011, e nonostante l’ostilità di quasi tutti i suoi vicini, il Rojava non solo ha mantenuto la sua indipendenza, ma si è configurato come un considerevole esperimento democratico. Sono state create assemblee popolari che costituiscono il supremo organo decisionale , consigli che rispettano un attento equilibrio etnico (in ogni municipalità, per esempio, le tre cariche più importanti devono essere ricoperte da un curdo, un arabo e un assiro o armeno cristiano, e almeno uno dei tre deve essere una donna), ci sono consigli delle donne e dei giovani, e , in un richiamo degno di nota alle  Mujeres Libres ( Donne libere) della Spagna, un’armata composta esclusivamente da donne, la milizia “YJA Star” ("l'Unione delle donne libere”, la cui stella nel nome si riferisce all’antica dea mesopotamica Isthar), che ha condotto una larga parte delle operazioni di combattimento contro le forze dello Stato Islamico. [...] Il PKK ha dichiarato che esso non cerca nemmeno più di creare uno Stato curdo. Invece, ispirato in parte dalla visione dell'ecologista sociale e anarchico Murray Bookchin, ha adottato una visione di "municipalismo libertario", invitando i curdi a formare libere comunità basate sull'autogoverno, basate sui principi della democrazia diretta, che si federeranno tra loro aldilà dei confini nazionali - che si spera che col tempo diventino sempre più privi di significato. In questo modo, suggeriscono i Curdi, la loro lotta potrebbe diventare un modello per un movimento globale verso una radicale e genuina democrazia, un'economia cooperativa e la graduale dissoluzione dello stato-nazione burocratico. [...] Ora l'ISIS è tornato con una gran quantità di carri armati americani e di artiglieria pesante sottratti alle forze irachene, per vendicarsi contro molte di quelle stesse milizie rivoluzionarie a Kobané, dichiarando la loro intenzione di massacrare e ridurre in schiavitù - l'intera popolazione civile.[...] Se oggi c'è un analogo dei Falangisti assassini e superficialmente devoti a Franco, chi potrebbe essere se non l'ISIS? Se c'è un analogo delle Mujeres Libres di Spagna, chi potrebbe essere se non le coraggiose donne che difendono le barricate a Kobané? ...." ( David Graeber: Perché il mondo sta ignorando la rivoluzione dei Curdi in Siria? In The Guardian) ; 2) “ … Prima di tutto dobbiamo riconoscere che il processo nella Rojava ha caratteristiche progressiste, come i passi importanti nella direzione della liberazione della donna, come il tentativo di costruire una giustizia laica e pro-sociale insieme  ad una strutura democratica pluralista mentre ad altri gruppi etnici e religiosi viene data una rappresentanza nella amministrazione. Tuttavia il fatto che la struttura che sembra emergere non miri alla eliminazione della proprietà privata e quindi alla abolizione delle classi e che il sistema tribale rimanga con i leader tribali che partecipano all’amministrazione, mostrache l’obiettivo non è la rimozione delle relazioni feudali o dei rapporti capitalistici di produzione, ma è invece come emerge dalle loro parole “ la costruzione di una nazione democratica. […]   Su questo punto, è utile esaminare il contratto sociale che definisce il confederalismo democratico che è alla base del sistema politico in Rojava. […] In sintesi si afferma  che la società di classe rimarrà e che ci sarà un sistema politico federale, compatibile con il sistema globale e lo Stato nazionale.  […] Quando la Carta Costituzionale viene analizzata nella sua globalità, l’obiettivo che emerge è quello che non si va al di là di un sistema democratico borghese, che si chiama confederalismo democratico. In sintesi, anche se le foto delle due donne che portano il fucile (una scattata nella guerra civile spagnola, l’altra fatta nella Rojava) che hanno fatto il giro dei social media, corrispondono per somiglianza nel senso che si tratta di donne che lottano per la loro libertà, è chiaro che le persone che combattono l’ISIS nella Rojava non lo fanno in questo momento per gli stessi obiettivi e ideali degli operai e dei contadini poveri che hanno combattuto all’interno della CNT-FAI al fine di rimuovere lo  stato e la proprietà privata del tutto. ….” ( Zafer Onat, Fantasie e realtà,  in anarkismo.net, 8 novembre 2014 )
Bibliografia:  Primo brano in David GraeberPerché il mondo sta ignorando la rivoluzione dei curdi in Siria ? in Antropologia e pensiero libertario a cura di Andrea Staid in   A Rivista anarchica n. 394, dicembre 2014 -gennaio 2015, pp. 17-18 e secondo brano in  http://anarkismo.net/article/27578 
                                                                  
DONNA DELLE FORZE DI DIFESA  CIVILE
  Per avere, infine, una maggiore comprensione della condizione delle donne curde , nel Rojava,  prima e dopo l’ avvento del confederalismo democratico nel Rojava, mi sembra utile la lettura del libro Per Amore. La rivoluzione del Rojava vista dalle donne di Silvia Todeschini, in cui vengono raccolte dall’autrice, durante la sua permanenza in quei luoghi, testimonianze di vita di alcune donne curde, tra cui, per esempio,  la giovane Niştiman , responsabile, tra l’altro, delle donne del centro per l’arte e la cultura. (cfr. brano)
Brano da commentare :  “ … Ho cinque sorelle tutte più grandi di me. Avevamo un buon rapporto, ma adesso che sono cresciute si sono sposate tutte. Ridevamo sempre assieme, era bello, ma adesso che si sono sposate, tre sono andate in Europa, una in Turchia e una sola è rimasta qui a Kobane. I miei fratelli, invece erano dio mentalità conservatrice, non avevo un buon rapporto con loro. Non lasciavano per esempio che noi ragazze uscissimo di casa. Secondo loro, noi donne dovevamo tutto il tempo fare da mangiare, lavare i vestiti di tutti, non potevamo andare al mercato da sole, dicevano che siamo donne e quindi non possiamo, che dobbiamo stare in casa a fare i lavori, alcune mie sorelle non hanno neanche potuto studiare. Le mie sorelle più grandi hanno fatto solo qualche giorno di scuola, poi la famiglia ha detto loro che era una vergogna e non hanno potiuto continuare. Un’ altra sorella ha finito il dodicesimo anno, voleva andare all’università ma non ha potuto, sia perché era una vergogna ( “ayib”N) che perché eravamo senza soldi. L’hanno data in sposa e basta. “ “ ayb è una parola araba che significa “vergogna”. Viene usata molto come arma psicologica contro la libertà delle donne, quando si dice che una certa cosa è “ayb”, automaticamente la donna in questione si ferma, smette di fare quello che sta facendo. E’ come un dogma, una parola magica per controllare cosa è giusto o meno che le donne facciano. “ Se ci vestiamo in maniera diversa dal solito o se ci innamoriamo, è “ayb”, Per le donne rendono tutto “ayb”, una donna che va da sola al mercato è  ayb “ perché i vestiti devono essere tutto il tempo chiusi, è “ ayb “ mostrare i capelli o la pelle; è una parola che il potere usa contro le donne. Bisogna che le donne non si innamorino, che stiano a casa e che poi vadano a vivere con chi le chiede in moglie. Tutto il resto è  ayb”. […] “ Perché si liberi la società,bisogna innanzitutto liberare le donne. Se vuoi vivere in maniera libera, sono le donne che devi liberare.  Nella società naturale si adorava la Dea madre, e le prime a lavorare per costruire una società sono state le donne, erano le prime ad aiutare chi aveva bisogno, perché si prendevano cura delle bambine. Prima, le donne in Rojava erano chiuse, adesso piano piano frequentano i  perwerde , stiamo lavorando tutti  assieme perché le donne ritornino libere. Vogliamo che le donne si organizzino da sole, che vadano a lavorare senza dipendere dagli uomini, che prendano il loro posto nelle unità di difesa, vogliamo che le donne si autogestiscano sia dal punto di vista materiale che spirituale. Se le donne sono oppresse  la società  non può diventare libera. E’ per questo che io sono responsabile delle donne qui: discuto con loro , perché spesso sono le donne stesse ad essere conservatrici, perché non si facciano schiacciare dall’idea di   ayb “, per tutte queste ragioni diamo importanza all’autonomia. Siamo noi donne che dobbiamo essere responsabili delle donne, non possono essere gli uomini a dirci che cosa dobbiamo fare, prima gli uomini ci comandavano mentre adesso siamo noi donne che ci prendiamo per mano e ci organizziamo automamente …” (Niştiman intervistata da  Silvia Todeschini)
Bibliografia: in Silvia Todeschini, Per Amore. La rivoluzione del Rojava vista dalle donne. Alla Dea Madre che vive in ciascuna di noi , 2016 pp.  114-115 e 121. L’autrice usa sovente il termine “bambine” per indicare sia i bambini che le bambine, cfr. le sue riflessioni sul plurale neutro al femminile a p. 2

                                                                 
SAKINE CANZIS
     All’interno del movimento " confederale democratico"  curdistano  mi sembra che una figura emblematica   sia stata SAKINE CANSIZ  (nota anche con il nome di  "HEVALA  ( = compagna) SARA)" (1958-2013)  Essa si unì , assai giovane,  al movimento rivoluzionario curdo e divenne una cofondatrice del PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan . Nel 1978 fu arrestata  e  rinchiusa nella prigione di Diyarbakir e sottoposta a pesanti torture a cui reagì sempre con fierezza. Liberata nel 1991, Sakine Cansz si reinserì nella lotta svolgendo importanti  incarichi , sia sul piano militare che politico,  come  membro del PKK e del Movimento per la Libertà delle donne. Nel 2013 fu assassinata , presso la sede del Centro di Informazione del Kurdistan,  a Parigi in rue Lafayette 147, insieme alle compagne FIDAN DOGAN  e LEYLA SAYLEMEZ . Sui mandanti di questi delitti non è stato ancora fatto piena luce .  Provvisoriamente, in attesa di leggere la  autobiografia di Sakine Cansiz, di cui so, che, in italiano sono usciti già due volumi, traggo , al fine di chiarire , almeno, in parte, le idee, che in vita ispirarono il suo pensiero sulla condizione esistenziale della donna  nella società tradizionale patriarcale curda un  brano trattio da un’ ’intervista tenuta nel corso del 2010  . (cfr. brano)
Brano da commentare: “ Hevala Sara : “Quella che fin dall’inizio è stata una componente delle analisi di Abdullah Ӧcalan è stato il parallelismo tra l’oppressione e la colonizzazione del Kurdistan e la colonizzazione e l’oppressione delle donne. Negli anni ‘70 è stata individuata un’analogia, che la società curda veniva oppressa, schiavizzata, sfruttata e derubata della propria identità e che la stessa condizione era doppiamente vera per le donne  in Kurdistan.  Sotto il dominio patriarcale le donne vennero fatte tacere, non  avevano una propria identità, né volontà di esprimersi e forza di organizzarsi. Dall’analisi dell’oppressione nazionale e dell’oppressione patriarcale e degli effetti della società e sulla donna venivano alla luce molti paralleli.  Ma non si è mai trattato del fatto di vedere la donna come serva della nazione. Abbiamo sempre definito la rivoluzione curda anche come una rivoluzione delle donne e detto che la liberazione delle donne va di pari passo con la liberazione della nazione. Ma non pensiamo che per questo ci sia un automatismo. Ma che in effetti attraverso la rivoluzione delle donne viene liberata anche la nazione. Sono due dinamiche che si completano a vicenda. Una parte importante delle nostre analisi – anche delle analisi di Abdullah Ӧcalan sul complesso famiglia, donne, uomini – è che è importante liberare la donna da una posizione in cui viene vista come macchina per la riproduzione. Questo è anche il motivo per cui rifiutiamo la forma esistente di matrimonio e famiglia. Perché lì c’è l’idea di mantenere la tribù, di dare  continuità alla tribù e questo fa parte del dominio maschile. Questo è un sistema di relazioni che noi rifiutiamo. Per questo ci opponiamo alla famiglia classica. Questo è il nocciolo della nostra critica alla famiglia ed alle strutture patriarcali, che le donne siano intese come madri e fattrici. Nel nostro approccio filosofico diciamo più che altro che se i bambini non hanno la possibilità di crescere in una società libera e di parlare la propria lingua è meglio che non vengano proprio al mondo. Invece di vivere senza libertà preferiamo non esistere. Questo è il punto di vista filosofico dal quale partiamo. E’ un punto al quale noi nel movimento delle donne reagiamo in modo molto allergico e proviamo anche a fare più lavoro rispetto alla consapevolezza nella società. Perché all’uomo curdo non è stato lasciato altro ambito di potere oltre alla famiglia. E poi c’è l’idea che avere una famiglia grande significa avere molto potere. Ma tutto questo avviene sulle spalle delle donne. Allora la sessualità non ha più niente a che vedere con l’amore, molte hanno dovuto subirlo. Una gravidanza dopo l’altra e chi ne soffre di più sono le donne. Allo stesso tempo però le donne intendono i loro bambini come il loro solo bene e il loro unico compito. Per questo troviamo importante che le donne abbiano una propria sicurezza in modo indipendente dalla propria sfera di azione. La sessualità non deve essere usata come strumento di dominio, ma anche in questo campo deve esserci un’autodeterminazione delle donne .” ( A colloquio  con Hevala Sara e le sue compagne sulle montagne di Kandi , testo tratto  dal libro Resistenza e Utopie vissute , 2012 )
  Sempre nella medesima intervista ,  Hevala Sara”  descrisse, sempre partendo da un’ottica femminile,  anche il graduale passaggio  da una  organizzazione  prettamente marxista a quella confederale democratica  sottolineando come quest’ultima  essa  riflettesse , in modo più fedele,  l’antico matriarcato   dell’epoca neolitica (cfr.brano
Brano da commentare: Hevala Sara  : “ L’inizio è stata l’organizzazione come unione delle donne YAJK. A quel tempo , nell’ambito dell’ideologia della liberazione delle donne, discutevamo sulla possibilità di costruire un partito. L’ampiezza del lavoro e  dell’organizzazione, sia in campo militare, politico o organizzativo, aveva raggiunto un livello per cui definirlo con un nome come “unione” sarebbe stato restrittivo e avrebbe dato l’idea di una sezione femminile del PKK. Trovavamo giusto costruire su questo una nostra identità politica in modo molto più forte. Anche se avevamo sempre critiche rispetto al modello classico di partito, alla fine anche come movimento delle donne abbiamo deciso di fondare un partito delle donne.  […]  Sul nome all’epoca sono state fatte anche delle discussioni. La lotta del PKK – ovvero dei lavoratori del Kurdistan – era quello che intendevamo come nostra eredità e nostro punto di partenza.  Questo quindi  si rispecchiava anche nel nome –PJKK – partito delle lavoratrici del Kurdistan. Questo nome esprimeva la comunanza tra la contraddizione di genere e quella di classe e la questione nazionale. Nella fase successiva ci sono state ulteriori discussioni ideologiche sul concetto di classe, su come lo si riempie o anche sulle prospettiva universale della liberazione delle donne. Nella fase successiva ci sono state ulteriori  discussioni ideologiche sul concetto di classe, su come lo si riempie o anche sulla prospettiva universale della lotta di liberazione delle donne. Quindi nel terzo  congresso si è deciso di cambiare il nome nel contesto di questo dibattito. Anche se abbiamo rinunciato al termine lavoratrici, questo non vuol dire che non continuiamo a ritenere necessaria la lotta di classe. Ma pensiamo sia importante ampliare il concetto. Non potevamo limitare la categoria donne al con concetto classico di lavoratrici. Era importante invece mettere la contraddizione di genere al centro della lotta. In questo contesto è avvenuto il cambiamento di nome in PJA- partito delle donne libere. […] Un ulteriore punto di discussione era il concetto di “donna libera” che è presente nel nome PJA. Su questo ci sono stati dibattiti, perché è un nome molto ideale e nessuna di noi può dire di essere già una donna libera. Si  tratta invece del fatto di essere determinate come donne e di lottare per la liberazione. Per questo c’è stata una nuova riflessione e discussione e cosè nato il nome attuale del partito delle donne PAJK- Partito della Libertà delle donne in Kurdistan. […] Il principio dell’autonomia in realtà in una certa misura  è paragonabile  a quella che intendiamo come in una società che abbia le donne come riferimento. Le radici di questo si trovano nell’organizzazione municipale neolitica della società,in cui gli individui si potevano riconoscere e rappresentare secondo la propria volontà. Naturalmente non si può fare uno per uno com’era  all’epoca.Ma questo serve come  spunto di ragionamento su come essere costruita un’alternativa ai modelli  sociali dominanti. Le donne  nella loro storia hanno radici e riferimenti rispetto a come si possa configurare una diversa organizzazione della società “ ( A colloquio  con Hevala Sara e le sue compagne sulle montagne di Kandi , testo tratto  dal libro Resistenza e Utopie vissute , 2012 )
Bibliografia: in  Widerstand und gelebte Utopien a cura del  collettivo di editrici presso CENI (Ufficio delle donne curde per la pace)  Mesopotmien Verlag, Neuss settembre 2012,  (traduzione italiana)  in http://www.retekurdistandiustan.it/resistenza-e-utopie-vissute/

BAMBINA CHE IMPARA A SCRIVERE  IN CURDO O ARABO O SIRIACO, ECC,

  Importante è,  in una società  ispirata ai principi “confederali-democratici “,  una istruzione che voglia proporre , sin dall’ infanzia,   valori e metodi educativi alternativi a quelli dominantifondati su basi gerarchiche e autoritarie.  L' intervista di Silvia Todeschini a Raperin, giovane insegnante, con “ esperienza diretta nelle prime classi” pone in chiara luce  le differenze tra la scuola statale pre-rivoluzionaria  e quella che stanno attualmente cercando di  costruire. (cfr. brano)
Brano da commentare :  “ Ho studiato con il regime ed era tutto diverso. A scuola, da bambine, nel cuore avevamo sempre paura. Io avevo paura della maestra e del direttore, ci picchiavano. Non veniva mai chiesto qual’era il nostro pensiero, la nostra opinione, se avessimo domande  o che cosa volessimo sapere . Se facevamo una domanda che non appariva nei libri di testo, ci dicevano che non potevamo , che non avevamo diritto a una risposta perché non faceva  parte del libro. Nelle scuole statali tutte le materie erano legate agli arabi, al sistema Abbas, anche se vivevamo in zona a maggioranza curda non studiavamo la nostra storia, anche attraverso la scuola il sistema cercava di assimilarci. Noi bambine non eravamo a nostro agio a scuola. Il sistema funzionava così per insegnare alle bambine a non pensare, per fare in modo che non costruissero un loro pensiero, in particolare per noi curde: a scuola non imparavamo. Era proibito parlare curdo, la nostra lingua. Ho molte cicatrici nel cuore perché il sistema scolastico ci rendeva tristi ed arrabbiate. Oggi è diverso, lo puoi vedere da te che le bambine sono contente e rilassate. […] Il sistema scolastico , in questo momento, come è strutturato? “ Per i primi tre anni le bambine seguono tutte le lezioni nella loro lingua materna: le bambine curde in lingua curda, le bambine arabe in lingua araba, e le bimbe siriache in siriaco. Al quarto anno, poi, inseriamo gradualmente qualche ora di lingua straniera, l’arabo per le curde, il curdo per le arabe, e l’inglese”  [… ]  Chiedo a  Rapelin di dire ancora qualche parola sulle scuole elementari, visto che ha avuto esperienza diretta come insegnante nelle prime classi. “ Innanzitutto secondo il sistema che vogliamo instaurare, non vogliamo fare differenza tra studentesse intelligenti o meno, tra quelle che hanno successo e quelli che hanno più difficoltà. Siamo passati tutti nelle scuole dello Stato e conosciamo bene i metodi che usa: quando una studentessa fa fatica viene trattata come una diversa, le si dice “ te non sei brava, te non sei abbastanza intelligente” e in questo modo lei si deprime e si annienta la sua motivazione. Ora invece, se il livello di una studentessa non è sufficientemente alto, abbiamo molti metodi per venirle incontro: la accompagniamo in modo speciale, le parliamo, giochiamo con lei, in alcuni casi se non viene raggiunto l’obiettivo andiamo a visitarla a casa, perché certe volte le bambine vivono problemi in famiglia che impediscono loro di concentrarsi sull’ apprendimento. […]  Il rapporto tra insegnante e studentessa , poi, è completamente , diverso da quello della scuola statale: prima le insegnanti stavano in alto e le studentesse in basso; oggi la base del rapporto insegnanti e  studentesse è l’ amicizia , L’insegnante parla con le alunne, fa in modo che stiano a proprio agio, che siano contente di studiare, in modo da dare loro motivazioni. ….” ( Intervista di Silvia Todeschini alla giovane insegnante  e attivista ,Raperin)
Bibliografia : in Silvia Todeschini, Per Amore. La rivoluzione del Rojava vista dalle donne. Alla Dea Madre che vive in ciascuna di noi , 2016 pp. 144- 145 - 148
  



       
                                                           



                                                                                  


                                                        




 
 

                                                                                
 

 
 
 
 
 

Nessun commento:

Posta un commento