sabato 30 aprile 2011

ANARCHICINI: LA "COLONNA DURRUTI" DA BARCELLONA A MADRID

    Dopo la morte di Francisco Ascaso e la vittoria a Barcellona sui generali ribelli,  Durruti formò la sua celebre “colonna” anarchica , nota poi con il nome di "Columna Durruti", basata sulla teoria della “disciplina dell’indisciplina” e composta da raggruppamenti di cinque centurie, formate da quattro gruppi di venticinque combattenti. Ogni raggruppamento eleggeva un delegato revocabile in ogni momento e si diresse sul fronte di Aragona con l'obiettivo di liberare Saragozza conquistata dalle truppe nazionaliste.
Brani da commentare: 1)“L’ho già detto e lo ripeto ancora: in tutta la mia vita mi sono comportato da anarchico e il fatto di essere stato nominato delegato responsabile di un gruppo di uomini non può farmi cambiare. A queste condizioni ho accettato l’incarico che mi ha affidato il Comitato Centrale delle milizie. Io penso, e tutto quanto sta succedendo attorno a noi conferma la mia opinione, che una milizia operaia non può essere guidata secondo le regole classiche dell’esercito.  Sono convinto che la disciplina, il coordinamento e la realizzazione di un piano, siano indispensabili. Ma tutto questo non si può interpretare secondo i criteri che erano in uso nel mondo che stiamo distruggendo. Dobbiamo costruire su basi nuove. Secondo me e secondo i miei compagni, la solidarietà tra gli uomini è il migliore incentivo per far crescere la responsabilità individuale che sa accettare la disciplina come un atto di autodisciplina.  Ci viene imposta  la guerra e la tecnica che deve sostenerla differisce da quella con cui abbiamo condotto la lotta che abbiamo appena vinto, ma la finalità del nostro combattimento è la vittoria della rivoluzione. Ciò significa che dobbiamo sconfiggere il nemico attraverso una trasformazione radicale dell’uomo. Affinché questo cambiamento avvenga occorre che l’uomo impari a vivere e a comportarsi come un uomo libero, sviluppando le sue doti di responsabilità e di personalità per essere padrone delle proprie azioni. L’operaio sul lavoro non solo cambia le forme della materia, ma modifica anche se stesso. Il combattente non è altro che un operaio che utilizza il fucile come attrezzo e i suoi atti devono tendere allo stesso fine dell’operaio. Nella lotta non può comportarsi come un soldato che viene comandato, ma come un uomo cosciente che conosce l’importanza della sua azione. So già che ottenere ciò non è facile, ma so anche  che ciò che non si ottiene col ragionamento non si ottiene neppure con la forza. Se il nostro apparato militare della rivoluzione deve sostenersi sulla paura , vuol dire che non abbiamo cambiato nulla, se non il colore della paura. E’ solo liberandosi della paura  che la società potrà edificarsi nella libertà” (da un discorso di Durruti in Abel Paz p. 62, 2000). 2)“ Man mano che la Colonna avanzava e attraversava i paesi, la gente si accalcava per vedere passare il convoglio. Più di uno, scorgendo Durruti esclamava: “ Ma non può essere un comandante. Non porta i gradi”. Altri meglio informati, rispondevano che “ un anarchico non comanda mai e quindi non porta gradi ....”  (  In Abel Paz, Durruti e la rivoluzione spagnola)
 Bibliografia: Primo brano in  Abel Paz, Durruti e la rivoluzione spagnola,  BFS, Zero in condotta, La fiaccola,  2000 vol. II pp. 61-62. Secondo brano in  Abel Paz, Durruti e la rivoluzione spagnola  Biblioteca Franco Serrantini, La Fiaccola, Zero in condotta, vol. II 2000 p. 71.

La colonna, aperta anche a volontari stranieri,  combatté particolarmente sul fronte d’ Aragona e in ogni paese liberato veniva incoraggiata e promossa la collettivizzazione della terra e l’organizzazione di scuole e attività culturali. 
Brano da commentare: "Noi facciamo la guerra e la rivoluzione nello stesso tempo. Le misure rivoluzionarie non vengono prese soltanto a Barcellona, ma si estendono anche alla linea del fuoco. Ogni villaggio che prendiamo comincia ad organizzarsi  in maniera rivoluzionaria. […] Dalla  linea del fuoco sino a Barcellona. Sulla strada che abbiamo seguito non ci sono più che combattenti. Tutti lavorano per la guerra e la rivoluzione, ecco la nostra forza” ( da un famoso discorso di Durruti )  
Bibliografia: in Daniel Guerin ,Né Dio né padrone vol. II Jaka  Book p. 375. 
                                                              

  Chiamato a difendere la città di Madrid dall’assedio franchista, si recò là e mentre contribuiva efficacemente alla liberazione della città venne ucciso da una pallottola vagante sparata dalla città universitaria non si ancora bene da chi . E’  comunque  certo che furono gli stalinisti che più si avvantaggiarono politicamente della sua morte. Ebbe dei grandiosi funerali a Barcellona. A mio parere le parole da lui dette durante un' intervista al giornalista  Van Paasen , possono essere  interpretate come  una specie di  testamento politico .
Brano da commentare:Van Paasen: “ Ma quando avrete vinto, vi troverete in mezzo a un mucchio di rovine”  Durruti: “Da sempre abitiamo in tuguri e capanne. Ci sapremo adattare ancora per un po’.  Ma non dimentichi che sappiamo anche costruire. Siamo stati proprio noi a costruire questi palazzi e queste città in Spagna, in America e ovunque nel mondo. Noi, i lavoratori, possiamo elevarne di nuovi al loro posto. Nuovi, e migliori. Le rovine non le temiamo. Erediteremo la terra, su questo non c’è il minimo dubbio. La borghesia dovrà farlo a pezzi il suo mondo, prima di uscire dalla scena della storia. Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce”.  ( da un intervista di Van Passen a Buenaventura Durruti )
 Bibliografia: in  Hans Magnus Enzensberger, La breve estate dell’anarchia , Feltrinelli  1973, p. 168-169
                                                                                                                                                                               
CARL EINSTEIN (1885-1940)  Scrittore tedesco, fu un importante esponente dell’espressionismo tedesco . Il suo primo romanzo , Bebukin o i dilettanti del miracolo rivoluzionava la prosa allora in corso. Fu amico di George Grosz, George Braque e  Pablo Picasso. Fu anche un noto critico letterario e nel 1928 fondò insieme a Georges Bataille e Michel Leiris la rivista d'Arte, Documents e collaborò a diverse altre prestigiose riviste dell'epoca. Nel 1915 pubblicò  Negerplastick (Arte Negra), una delle prime opere che riconosceva l'importanza dell' arte africana. Impegnato sin da giovanissimo politicamente partì,  nell’agosto 1936,   per la Spagna e fece parte, anche lui, della Colonna Durruti,  E proprio ad Einstein spettò l’incarico di fare l’elogio funebre di  Bonaventura Durruti, alla radio della CNT .).  Nel 1939 riparò in Francia dove fu immediatamente internato in un campo di concentramento. All’arrivo dei tedeschi, nel 1940, si suicidò.
Brano da commentare: “  ….  Questa colonna anarco-sindacalista è nata in seno alla Rivoluzione. E’ essa sua madre. Guerra e rivoluzione non sono che una cosa sola per noi. […]  La Colonna Durruti si compone di lavoratori, dei proletari venuti dalle fabbriche  e dai villaggi. Gli operai di fabbrica catalani sono partiti in guerra con Durruti, i compagni della provincia li hanno raggiunti. […] Degli adolescenti, quasi dei bambini, sono fuggiti per venire da noi, degli orfani i cui genitori erano stati assassinati. Questi bambini si battono al nostro fianco. Parlano poco, ma hanno capito presto molte cose. La sera, al bivacco, ascoltano i più anziani. Alcuni non sanno né leggere né scrivere. Sono i compagni che insegnano loro. La Colonna  Durruti ritornerà dal campo senza analfabeti. E’ una scuola.  La Colonna non è organizzata né militarmente né in modo burocratico. E’ emersa in modo organico dal movimento sindacalista. E’ un’associazione social-rivoluzionaria, non è una truppa.  Formiamo un’associazione di proletari asserviti e che si batte per la libertà di tutti. La Colonna è opera del compagno Durruti, che ha determinato il loro spirito ed incorragiato la loro libertà di essere sino  all’ultimo battito del cuore. I fondamenti della Colonna sono il cameratismo e l’autodisciplina. Lo scopo della loro azione è il comunismo, nient’altro. Tutti odiamo la guerra, ma tutti la consideriamo come un mezzo rivoluzionario. Non siamo dei pacifisti e ci battiamo con passione. La guerra-questa idiozia completamente superata- non si giustifica che attraverso la Rivoluzione sociale. Non lottiamo in quanto soldati, ma come liberatori […] Il soldato obbedisce  perché ha paura e si sente inferiore socialmente. Combatte per frustrazione. E’ per questo che i soldati difendono sempre gli interessi dei loro avversari sociali. I capitalisti. Questi poveri diavoli della parte  fsscista ce ne danno il pietoso esempio. Il miliziano si batte soprattutto per il proletariato,  vuole la vittoria della classe operaia . I soldati fascisti si battono per una minoranza in via di sparizione, il loro avversario., il miliziano per il futuro della sua classe. Il miliziano è dunque più intelligente del soldato. E’ un ideale e non la parata al passo d’oca che regola la disciplina della Colonna Durruti. Dove arriva la Colonna , si collettivizza. La terra è data alla comunità, i proletari agricoli da schiavi dei cacicchi che erano, si trasformano in uomini liberi. Si passa dal feudalesimo al libero comunismo. […] La base della nostra Colonna è la nostra reciproca fiducia e la nostra collaborazione volontaria. Il feticismo del comando, la fabbricazione di celebrità, lasciamole ai fascisti. Restiamo dei proletari in armi., che si sottomettono volontariamente a una disciplina funzionale.  Si capisce la Colonna Durruti se si è afferrato il principio  che essa    resterà sempre  la figlia e la protettrice della Rivoluzione proletaria. La Colonna incarna lo spirito di Durruti e della CNT-FAI….. “(dall’elogio funebre di  Durruti  fatto da Carl Einstein alla radio della CNT, durante i funerali.)
Testo originale francese in Increvables. Monde Libertaire. Histoire de l’Anarchie,  traduzione italiana in  http://latradizione libertaria.over-blog.it/article-memoria-carl-einstein 





LIBERTO CALLEJAS (1885-1969), amico di Durruti e di Ascaso già dai tempi del loro esilio a Parigi, dove aveva fondato il giornale "La vox anarquista" , tramite il giornale della CNT , "Solidad Obrera" , si ispirò proprio a Buenaventura Durruti, subito dopo la sua morte,  per le sue critiche  rigorose degli anarchici, favorevoli alla militarizzazione e al ministerialismo.  Il riferimento a Durruti come  colui che non  sarebbe mai venuto meno ai principi fondamentali dell’anarchismo fu poi immediatamente ripreso dal gruppo “Los amigos de Durruti”. (cfr. post  LE GIORNATE DEL MAGGIO 1937, JAIME BALIUS MIR E GLI "AMIGOS DE DURRUTI)
Brano da commentare: “ Durruti  si esprimeva  sempre in questo modo: “Se la rivoluzione proletaria non viene plasmata con sufficiente efficacia, non potrà avere altro che una soluzione: la ripetizione di sistemi autoritari, le dittature bianche o rosse, vecchie o nuove, forme di oppressione che indeffetibilmente perpetueranno i mali che la società borghese porta nelle sue viscere .“  Durruti può avere ben rivestito incarichi che in questi momenti sono forse necessari per mantenere il fuoco della rivoluzione. Non li volle. Si confuse tra i miliziani al fronte. Fu un soldato, un semplice soldato della libertà  e dette tutta la sua vita, che era parte della nostra”
Bibliografia:  in  Pier Francesco  Zarcone, Spagna Libertaria. Storia di collettivizzazioni e di una rivoluzione sociale interrotta (1936-1939),  Massari editore 2007 p. 190
                                                                               

Concludo ricordando la manipolazione, dopo la sua morte,  della figura di Durruti , ben messa in chiaro da Abel Paz nel suo libro su Durruti , da parte del governo repubblicano e particolarmente dei comunisti e  come si oppose ad essa  la stessa compagna di Buenaventura Durruti , Emilienne Morin  ( cfr. post:  MUJERES LIBRES 2). (cfr. brano) .
Brano da commentare: “ Pensiamo di non tradire la memoria di Durruti affermando che egli fu fino all’ultimo istante della sua vita l’intrepido anarchico dei suoi primi anni. Questa evocazione non è superflua, perché non è un segreto per nessuno che diversi settori politici hanno cercato di accapararsi per il loro esclusivo interesse l’innegabile prestigio dell’eroe di  Aragona e di Madrid. Si è cercato di fare di lui un grande militare convinto della necessità diuna disciplina di ferro, che accettò perfino con soddisfazione la militarizzazione di cui già si parlava nel novembre del 1936. Le sue ultime parole “rinunciamo a tutto, meno che alla vittoria” sono diventate il motto dei combattenti, ma ciascuno le interpreta secondo la linea politica della propria organizzazione o del proprio partito. Non voglio entrare in polemica perché nel momento attuale, non c’è posto per polemizzare, ma in questo insieme di contraddizioni e confusione nate dalla guerra stessa, mi si permetta di dire, come testimone, quello che penso. Durruti, quando parlava della vittoria, pensava, senza alcun possibile dubbio, alla vittoria delle milizie popolari che sconfiggevano le orde fasciste, perché rifiutava l’idea della vittoria militare di una Repubblica borghese che non porterebbe a nessuna trasformazione sociale. Quante  volte l’ho sentito dire : “ Non varrebbe la pena mascherarci da soldati, se dobbiamo farci governare dai repubblicani del 1931. Siamo pronti a fare concessioni, ma non dimentichiamo mai che è necessario portare avanti contemporaneamente sia la guerra che la rivoluzione!  Durruti non dimenticò mai la sua vita di perseguitato: portava il dramma delle persecuzioni subite dalla CNT e dalla FAI inciso con lettere di sangue nella sua memoria. Non aveva alcuna fiducia nei politici repubblicani e si rifiutava di chiamare antifascisti uomini come  Azna. Insomma, era convinto che la borghesia spagnola che si era alleata alla causa repubblicana non avrebbe  perso l’occasione per minare, senza scrupoli, anche in piena guerra, le conquiste rivoluzionarie ottenute dal proletariato. Purtroppo, i fatti gli stanno dando ragione….” ( Emilienne Morin,  Notre victoire, in “ Le Libertaire” 17 novembre 1938)
  Bibliografia:  in  Abel Paz, Durruti e la rivoluzione spagnola,  BFS, Zero in condotta, La fiaccola,  2000 vol. II pp. 271-272
 


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