sabato 30 aprile 2011

ANARCHICINI: ANARCHICI E RESISTENZA 1: EMILIO CANZI (1893-1945), PASQUALE BINAZZI (1873-1944), ZELMIRA PERONI ((1865-1936), , ITALO CRISTOFOLI (1901-1944), ILIO BARONI (1902-1945), DARIO CAGNO (1899-1943) , ATEO TOMMASO GAREMI ( 1921-1943) , ATTILIO DIOLAITI (1898-1944), EDERA DE GIOVANNI ( 1923-1944)

 
 Canzone da commentare:  “Figli dell’Officina-O figli della terra- Già l’ora si  avvicina – della più giusta guerra- La guerra proletaria- Guerra senza frontiere- Innalzeremo al vento-bandiere rosso e nere- Avanti siam ribelli- Fieri vendicator- Un mondo di fratelli- Di pace e di lavor- Dai monti e dalle valli- Giù giù scendiamo in fretta- Con queste man dai calli- Noi la farem vendetta- Del popolo gli arditi-noi siamo i fior più puri-Fiori non appassiti- Dal lezzo dei tuguri- Noi salutiam la morte- Bella e vendicatrice- A un’era più felice- Ai morti ci stringiamo-E senza impallidire- Per l’anarchia pugnamo- O vincere o morire” ( da “Figli dell’officina” ) ( cfr. post su "arditi del popolo"  per alcune  affinità tra le due canzoni)  
Discografia:  in Antologia dei canti  anarchici 2,  CD citato p.7
                                                                               

Già nell'estate del 1942 si diffuse l'idea tra gli anarchici, in concomittanza  con la sempre maggiore impopolarita della guerra  fascista e regia e per le  sempre più dure condizioni di vita  e per ifrequenti  bombardamenti anglo-americani, che fosse finalmente giunta l'ora di porre fine al fascismo ed alla monarchia. Uno dei promotori instancabili per la riorganizzazione del movimento quanto mai frammentato dopo vent'anni di dittatura fu PASQUALE BINAZZI. PASQUALE BINAZZI (1873-1944) operaio meccanico  all’ Arsenale di La Spezia, dove era nato, divenne assai presto anarchico e  strinse stretti rapporti con Pietro Gori e Luigi Molinari.   Partecipò come organizzatore ai moti della Lunigiana e   in seguito a questi fu costretto a fuggire  da La Spezia  e  ad abbandonare il lavoro  e recarsi in Svizzera, ma dopo alcuni mesi la polizia svizzera lo arrestò e lo consegnò a quella italiana.  Liberato nel 1895  fu nuovamente arrestato per avere fondato insieme a Luigi Galleani un’associazione anarchica ed inviato per tre anni al confino nelle isole Tremiti . Nel 1901 conobbe ZELMIRA PERONI ((1865-1936), che divenne sua compagna di vita e di lotte. (cfr. brano)

Brano da Commentare:  Zelmira era  una attivista silenziosa, accurata, pratica, ostruttiva; e tutte le iniziative anarchiche, che dalla Spezia esercitavano una influenza in tutta Italia e anche all’estero; tutto il lavoro instancabile e ininterrotto per dei , che fioriva attorno al Libertario; tutta la produzione letteraria che arricchiva la nostra letteratura- in  prima linea le opere di Pietro Gori-; tutto questo era lavoro dietro il quale c’era lo zelo pertinace di questa compagna…. ( da un’articolo di   Armando Borghi dedicato a Zelmira un anno dopo la sua morte su  L’Adunata dei refrattari, 16 gennaio 1937)  
Bibliografia:  in Fabrizio Montanari, Libertarie. Quattordici figure esemplari di donne anarchicheCompograf Reggio Emilia 2007 p. 38
Insieme fondarono il giornale  Il Libertario e la cooperativa editrice Il Sociale, che, eccetto  una interruzione dovuta  durante  la I guerra mondiale essendo stati entrambi inviati al confino a Lipari a causa dellla loro opposizione al conflitto, diressero sino alla chiusura definitiva di queste due iniziative da parte dei fascisti.Tra le idee più ribadite, nel corso di tutta la loro esistenza, un importante posto occupavano l'appello all'azione diretta e il rifiuto del riformismo parlamentare e legalitario (cfr. brano)

Brano da commentare: La borghesia più intelligente comprese che il concedere alla classe sfruttata qualche riconoscimento ufficiale e accettare il principio della legislazione sociale, non costituiva per essa alcun pericolo. Quello che seriamente teme e che vuole con ogni mezzo scongiurare è la sfiducia nei metodi legalita; non vuole che si dilaghi fra la grande massa  lavoratrice la fiducia nell’azione diretta, nell’azione singola, nell’azione prettamente rivoluzionaria, perché assai bene comprende che questa segnerebbe il principio della sua fine. Ecco perché noi anarchici moviamo aspra guerra ai nostri avversari che adescano i lavoratori col miraggio dei grandi (??) benefici della legislazione sociale.  ( Pasquale Binazzi ,  Perché non votiamo,del 1909)  
Bibliografia:   Pasquale Binazzi, Perché non votiamo, La Spezia 1909 in http:/ita.anarchopedia.org/Perc%C3°/%A8non votiamo (di Pasquale Binazzi) ;

Più volte arrestati  e inviati al confino durante il ventennio fascista non  vennero mai meno alle loro idee libertarie . Nel 1931 assistettero Luigi Galleani  nei suoi ultimi giorni di vita . Dopo la morte di Zelmira  , Pasquale , alla caduta del fascismo nel 1943   fu , come si è detto, uno dei più infaticabili organizzatori della Resistenza    contro i nazifascisti. (cfr. brano) 
Brano da commentare : “… un compagno  “spezzino” ci annuncia: “ E’ venuto a trovarmi Pasquale Binazzi!” –scrive Emilio Grassini (Libertario) – Oh! Finalmente sappiamo che uno dei buoni è”vivo”. La notizia circola in un batter d’occhio in mezzo ai gruppi del Genovesato e in brevissimo tempo il nostro Pasquale è circondato da uno stuolo di compagni convenuti alla spicciolata “ in luogo sicuro”. Pasquale Binazzi, curvato dalle persecuzioni e dagli anni, si presenta tuttavia sorridente e pieno di fede. Egli è entusiasta del “folto gruppo” in cui ha ritrovato e abbracciato vecchie conoscenze che non avevano piegato. “ Sono venuto a Genova – egli dice – con la speranza di ritrovare qualcuno e per sapere che cosa fate di buono …” Un compagno gli spiega il lavoro svolto sin qui e la volontà che tutti infiamma nel perseverare nella lotta contro la tirannia fascista … Ognuno di noi è ansioso di sapere cosa pensa della situazione questo nostro vecchio, battagliero e caro compagno, ed egli non si lascia pregare, ci espone subito un suo piano d?azione da iniziarsi subito. “ Anzitutto –egli dice – occorre ricollegarsi con i compagni e gli uomini  di buona volontà affinché ci possiamo contare, almeno in quelle località fin dove sarà possibile arrivare … Il guaio peggiore consisterà nei mezzi per potere intraprendere un giro d’ispezione attraverso l’Italia”. I compagni del Genovasato che a furia di privazioni avevano “ammucchiato” qualche migliaio di lire, lo mettono subito a disposizione del vecchio agitatore il quale, malgrado i suoi 72 anni suonati, inizia un intenso lavoro di ricerche e d’indagini che darà i suoi frutti.  Questo riallacciamento che va dalla Liguria al Piemonte, alla Lombardia al Veneto, alla Romagna, Toscana e Lazio, è faticoso, costa rischi, denaro e mesi di tempo. Tuttavia Pasquale non si arresta di fronte alle difficoltà, porta seco una grossa valigia piena di “proclami” nei quali sono tgracciate le linee generali per la “lotta di liberazione”. (L. Bettini, Bibliografia dell’anarchismo, vol. I, , tomo I )
Bibliografia:  in  Pietro Bianconi,  Edizioni Archivio Famiglia Berneri Pistoia 1981, pp. 133-134 

Sempre su sua iniziative si tennero il 16 maggio  a Firenze  e  il 5 settembre dello stesso anno due impotanti riunioni clandestine in cui si decise la costituzione della Federazione Comunista Anarchica Italiana  e  la pubblicazione del periodico Umanità Nova , di cui uscirono successivamente 14 numeri. Finalmente dopo l'8 settembre 1843 ( in alcuni luoghi essa iniziò prima , cfr. post infra ENRICO MAZZUCCHELLI) una " più giusta guerra ebbe inizio. Nella maggior parte delle regioni italiane  gli anarchici e le anarchiche parteciparono alla guerra  partigiana nelle divisioni “Matteotti,” organizzate dal partito socialista, nelle divisioni “Garibaldi” del partito comunista, nei GAP e nelle formazioni “Giustizia e Libertà” del Partito d’Azione, assumendo, spesso, come, per esempio,  EMILIO CANZI, ITALO CRISTOFOLI, ILIO BARONI,  ATTILIO DIOLAITI ruoli di comando o altre iniziative di rilievo.
  
                                                                                 

EMILIO CANZI ( 1893-1945). Organizzatore degli Arditi del popolo a Piacenza, dopo la vittoria del fascismo, fu  esule in Francia  e  raggiunse la Spagna  allo scoppio della rivoluzione.  Diventò comandante di una brigata del reggimento Durruti. Nel 1940 fu , dalla Francia, deportato prima in Germania e poi in Italia. Confinato  prima a  Ventotene e poi a Renicci nel 1943 tornò a Piacenza e organizzò le prime bande partigiane, di cui diventò il capo sino ad essere nominato comandante unico della XIII zona (Oltrepò).   Epicentro della sua attività fu Peli che diventò ben presto il centro propulsore della Resistenza nel piacentino .  (cfr. brano)

Brano da commentare:  “… Quando verso la fine di settembre (1943) arriva a Peli Canzi è uno dei più vecchi del gruppo, ma soprattutto quello con  più esperienza alle spalle. La sua figura politica e militare è quindi indiscutibile in un quadro complessivo che vede gli ex ufficiali dell’esercito restii a fare la scelta resistenziale e il Comitato di Liberazione Nazionale di Piacenza pressoché inesistente. Saranno alcuni uomini del gruppo di  Peli  a doversi far carico anche di questo aspetto lavorando nella difficile clandestinità della pianura. E’ quindi logico che si pensi subito a Canzi come responsabile militare, ma non solo a lui  dato che al momento ci sono poche bande sparpagliate per la provincia e idee limitatissime sul da farsi. La situazione è molto difficile. I collegamenti sono sporadici e la scarsità di  mezzi impressionante, dalla bassa le poche armi arrivano con mezzi di fortuna. Peli diventa importante crocevia della Resistenza partigiana perché mantiene i contatti con l’antifascismo clandestino della città e riesce a sviluppare un rapporto con le altre piccole bande dei dintorni e con l’alta  Val Nure e Val d’ Arda, arrivando a lambire la montagna parmense. L’asse della montagna è una valida alternativa a quelli della pianura che viaggiano lungo la via Emilia, il più scoperto, e lungo il Po. Bon a caso  Peli sarà anche  il centro motore della nascita della 60ma brigata Garibaldina “ Stella Rossa” comandata dal Montenegrino.  […] La nomina dell’anarchico Emilio Canzi a comandante della XIII zona partigiana, scelta dettata da una articolata mediazione politica, rappresenta un’unicità nel panorama della in Dossier Resistenza italiana. Il movimento anarchico piacentino dei primi due decenni del secolo era una realtà consolidata , da lì era nata una costola piuttosto consistente del Partito Comunista. Ora , invece, se pur nel profondo di alcuni militanti antifascisti e partigiani piacentini si trovi traccia di questo anarchismo, non esiste un movimento in grado di sostenere Canzi. La sua nomina quindi può essere letta soprattutto come un riconoscimento alla sua biografia di antifascista storico, alla sua grande statura morale e politica. Il compito del Comando unico piacentino non è semplice. Si tratta di mantenere collegamenti tra le diverse formazioni che fino a quel momento hanno agito nella più totale indipendenza, a volte con rivalità per il controllo di territori contesi. Canzi deve da subito fare i conti con la difficile coesistenza tra le formazioni dell’ Istriano e del Montenegrino nella Valle del Nure. […] Si pone quindi la delicata esigenza di mediare anche in riferimento alla disponibilità di armi, vettovagliamento e denaro da suddividere tra le diverse formazioni. E’ il  Comando Unico a fare da collettore dei finanziamenti che arrivano per lo più direttamente dal Comando generale di Milano. Canzi esprime qui la sua tendenza anarchica che insiste maggiormente su autodisciplina e responsabilità personale piuttosto che sull’espressione di una forma di autorità gerarchica tipica dell’inquadramento militare. […] Questo ben s’intende non ha nulla a che vedere con il rigore etico e morale che deve guidare l’azione della Resistenza che per Canzi è assolutamente sacro e indiscutibile.” ( Gianfranco Sprega, Lassù sull'Appenino)
Bibliografia Franco Sprega, Lassù sull’Appenino, in Dossier Emilio Canzi, in  A rivista anarchica, n. 316, aprile 2006,  pp. 19, 21-22

Nel febbraio del 1944 fu preso  prigioniero dai  nazisti e rimesso, dopo un certo periodo,  in libertà grazie a uno scambio di prigionieri,  riprese immediatamente la lotta.  (cfr. brano) 
Brano da commentare:  “ Nel giugno del 1944 Canzi viene finalmente rilasciato e torna in montagna. Tutti a Peli hanno un ricordo preciso del fatto che Canzi “riportò l’ordine” facendo finire i periodici arbitrari espropri ai danni della popolazione, perché “ il Montenegrino faceva quello che voleva, ma quando è tornato canzi… è cambiata la storia, l’ha messo in riga subito”. Il Colonnello a quel punto è il Comandante  Unico, e  Alberto (Grassi, detto Berton) la sua guida, la sua ombra. “ Non dormivamo mai a casa, ci si muoveva solo la notte, di qua e di là, per tutta la provincia.” ( Comitato Giovani ANPI “ Comandante Muro”, La roccia sotto la testa,  Piacenza):
Bibliografia:  Comitato Giovani ANPI “ Comandante Muro”, La roccia sotto la testa,  in Dossier Emilio Canzi  in  A rivista anarchica, n. 316, aprile 2006,  pp. 33-34
 
Nell’aprile del  1945 in vista ormai della vittoria finale i comunisti volendo impedire lo smacco  di vedere riconosciuti, in tutta Italia,  i meriti  conseguiti dall’ attività di comando,  svolta dal 1943 al 1945,   dal “colonnello” anarchico  Emilio Canzi e  tentarono di destituirlo giungendo persino, il 20 aprile , ad ordinarne l’arresto, ma questo tentato colpo di mano comunista ebbe, comunque breve durata. . (cfr. brano)”
Brano da commentare: “ “ La partita della sua ( di Ciampi) destituzione viene giocata all’interno del CU Nord Emilia dove i comunisti hanno la netta maggioranza e decidono di sostituirlo con il colonnello Luigi Marzioli. Marzioli ha vissuto la Resistenza da spettatore e più volte chiamato in causa ha sempre rifiutato di impegnarsi direttamente. Ora in previsione della Liberazione e dei rapporti di forza successivi, il Partito  Comunista non ha uomini adatti al ruolo e pensa di affidarsi a un ex alto ufficiale dell’ esercito.  Canzi tenta di resistere alle reiterate disposizioni del CU Nord Emilia appellandosi all’illegalità del provvedimento di sostituzione. […] Las vicenda precipita quando uil 20 aprile 1945 un gruppo di partigiani guidato dal comandante comunista Salami, fa irruzione nella sede del Comando Unico a Groppallo e, armi alla mano, arresta Emilio Canzi e altri uomini del Comando. Questi vengono incarcerati a Bore, al confine tra il Piacentino e il Parmense, nell’abitazione di un militante comunista e vengono anche sottoposti a interrogatorio. Si rimuove con la forza Canzi dal Comando e gli si vuole addirittura impedire di partecipare all’imminente liberazione di Piacenza, per la quale il “colonnello” aveva combattuto per più di vent’anni. La situazione si sblocca dopo pochi giorni, quando gli uomini della Divisione partigiana Val d’Arda di Prati, che controlla quella zona, liberano Canzi. Solo grazie a quest’azione il “colonnello” anarchico può partecipare il 28 aprile alla liberazione di Piacenza, cinquantaduenne  ma da semplice partigiano della brigata “Renato” [...]  “ La prima rivincita avvenne il 5 maggio 1945, il giorno in cui Canzi viene acclamato dai piacentini e dalla folla dei partigiani che sfilano festanti nella piazza Cavalli liberata. Un’ovazione accompagna il suo passaggio sul palco dove si alternano comandanti partigiani e alti ufficiali alleati.  Nei mesi successivi Canzi , subito nominato presidente dell ANPI e del Corpo Volontari della Libertà e membro del CLN mantiene aperta la qurelle politico-giuridica cercandi ottenere dal Comando Generale di Milano un pronunciamento che lo ristabilisca nella funzione di comando. Il reintegro arriva quando è in fin di vita a seguito di un incidente stradale… “ ( Franco
Bibliografia Franco Sprega, Lassù sull’Appenino, in Dossier Emilio Canzi, in  A rivista anarchica, n. 316, aprile 2006,  p. 23

L’incidente stradale mortale subito da Canzi nel novembre 1945 destò numerosi sospetti tanto più che appena un anno dopo,  morì nelle medesime circostanze l’anarchico   piacentino, SAVINO FORNASARI (1882-1946) . (cfr. brano)
Brano da commentare:  “ E’ proprio il fatto che una simile meccanica dell’incidente (l’affiancarsi di una camionetta della polizia militare [delle truppe alleate] alla vittima designata…) sia sempre stata riscontrata in incidenti stradali mortali per altri anarchici (come Savino Fornassari , anche lui anarchico di Piacenza) ha sempre lasciato aperto il dubbio di un premeditato assassinio da parte dello Stato e degli Alleati” ( in A Rivista anarchica n. 19 aprile 1973,)
Bibliografia :  in A Rivista anarchica n. 19 aprile 1973, p. 12, Cfr.  Pietro Bianconi, Gli anarchici italiani contro il fascismo, Edizioni Archivio Famiglia Berneri,Pistoia 1988, p. 145
                                                                              
ITALO CRISTOFOLI
ITALO CRISTOFOLI ,  nome da partigiano, ASO ( 1901-1944). Muratore, aderì ben presto al movimento anarchico.  Renitente alla leva, emigrò in Francia e poi in Belgio , dove svolse attività anarco-sindacalista.  Nel 1930 fu arrestato  e tradotto in Italia dove gli fu inferta una condanna due anni di prigione  per diserzione. Nel 1933  fu uno dei principali organizzatori , nel paese dove erano, Prato Carsico, di una manifestazione antifascista in occasione del funerale  dell’ anarchico GIOVANNI CASALI. Arrestato  fu condannato per questa sua iniziativa a  cinque anni di confino  nell’isola di Ponza. Nel 1941 fu nuovamente rimandato al confino.  Nel 1943, dopo l’8 settembre, Cristofoli organizzò, in Carnia,di organizzare una formazione partigiana libertaria., e, con l’intensificarsi del conflitto,  si unì, per ragioni soprattutto logistiche,  alla   divisione comunista “Garibaldi”, dove gli fu assegnato il ruolo di comandante.  Morì nel luglio 1944 durante un impari assalto al presidio tedesco di Sappada- La sua popolarità e fama di valoroso combattente fu, tra l’altro ricordata, dal suo compagno di lotta, il comunista, Osvaldo Fabian “Elio”.  Mi sembra interessante sottolineare come in quel commovente elogio funebre si tenti comunque di porre in grande evidenza un preteso progressivo avvicinamento al Partito comunista di Dario Cristofoli, tanto dovette essere forte l’imbarazzo del Partito ad ammettere che una formazione “garibaldina “,  fosse comandata da un anarchico, in un territorio, oltrettutto, in cui,  come nota Italino Rossi, ( op. cit p. 35)  “il contributo degli anarchici” all’ autogoverno della  zona libera della Carnia dal luglio all’ottobre del 1944 “, fu  “determinante per la riuscita dell’esperimento“. (cfr. brano)
Brano da commentare:  “ Con il compaesano Aso (Italo Cristofoli) di Prato Carnico, avevo trascorso l’intera giovinezza, successivamente avevamo provato assieme l’amarezza della forzata emigrazione in Francia; avevamo infine sopportato sempre insieme fraternamente con Nembo , le soffertenze del confino fascista nell’isola assolata di ponza. Assieme a lui i primi nuovi contatti con gli altri antifascisti della Zona, le prime riunioni, le infinite discussioni, le corse per i boschi e le valli ad intessere contatti, a diffondere l’idea della lotta e del rinnovamento sociale, talvolta tra noi accaniti contendenti su  un argomento o sulla impostazione politica di un problema  ma sempre poi uniti nel perseguimento dei fini superiori della lotta per la liberazione della lebbra fascista. Aso aveva animo generoso, carattere esuberante, grandissimo coraggio, fede incrollabile nel perseguire le sue e le nostre idee: in passato era stato un fervente anarchico ma una idea incrollabile l’aveva sempre animato, quella della lotta al fascismo e quella della redenzione sociale dei popoli e ciò lo aveva avvicinato a chi questa lotta aveva portato e portava avanti con la massima decisione, ai comunisti, gli unici che ovunque si battessero a fondo contro il regime dittatoriale di destra, soffrendo carceri e persecuzioni ed  ora affrontandolo in una lotta. Ciò lo aveva alla fine naturalmente ed indissolubilmente legato alla politica del PCI attraverso la sua convinta accettazione dei criteri unitari della lotta. Il 26 luglio si trovava di stanza ad Ovaro, comandante del Battaglione Garibaldi “Carnico” intrepida anche se allora piccola formazione di una cinquantina di uomini forgiata in tanti combattimenti da lui e dal commissario Nembo. Ebbi la ventura di essere presenta a  Ovaro in quel giorno e di salutarlo per l’ultima volta proprio quando a metà mattino partì alla testa del suo battaglione per Sappada che era fuori dalla nostra Zona L, con l’intento di assalirla e catturare  il presidio tedesco ivi acquartierato che aveva provocato in precedenza grossi  guai al nostro movimento, azione che aveva anche  lo scopo tattico di tenere in rispetto i tedeschi particolarmente attivi nel Cadorino ed in quel centro che confinava con il nostro schieramento ….”  ( Osvaldo Fabian “Elio, La morte di Aso )
Bibliografia:  Osvaldo Fabian “Elio, La morte di Aso  in http://w.w.w.carnialibera1944.it/partigiani/aso.htm                                                                              
ILIO BARONI

ILIO BARONI , nome di battaglia “Moro delle Ferriere” (1902-1945).  Nato a Massa Marittima nel 1902 si trasferì con la famigli a a <piombino dove aderì al movimento anarchico e combatté il fascismo negli “ Arditi deil Popolo”. Preso di mira dal fascismo locale , ormai vittorioso, si trasferì, nel 1925, a Torino dove fu assunto alla FIAT Ferriere, dove  ben presto fu a campo  di una rete clandestina antifascista e diventò un importante punto di riferimento  per gli altri operai e nel quartiere  proletario “ Barriera di Milano”. Nel 1936   passò clandestinamente il confine francese per recarsi in Spagna  e partecipare alla rivoluzione sociale spagnola, ma fu fermato  dalla polizia  francese e rispedito in Italia. Ci riprovò un anno dopo, ma giunto in Francia ebbe  notizia di quanto stava avvenendo in Barcellona durante il maggio 1937 e fu  la 
dissuaso dai compagni al proseguire il viaggio e invitato  tornare in Italia  per continuare la sua rinomata, anche all’estero sua attività di propaganda anarchica e antifascista. Nel  dicembre 1937 fu arrestato e condannato a cinque anni di confino nell’isola di Tremiti.   Quando ebbe fine  la sua detenzione in quell’isola, la situazione in Italia era totalmente cambiata e tornato a lavorare nella FIAT Ferriere  fu nominato membro del Comitato di agitazione  e  svolgendo  tale incarico contribuì , in gran parete, al successo degli scioperi operai del 1943. Dopo l’occupazione dei tedeschi di Torino fu tra i primi ad organizzare la lotta armata e divenne comandante della Settima Brigata SWAP ( Squadre di azione patriottica).  La sua attività di capo partigiano era  ben nota ad alcuni dirigenti della FIAT Ferriere, che al fine di preservare con l’aiuto dei partigiani e degli operai alle mira di conquiste dei tedeschi, non solo non lo contrastarono, ma anzi gliene erano assai grati. Come si deduce dalla testimonianza del cognato di Ilio, ALDO DEMI, volontario nelle Internazionali in Spagna . (cfr. brano)
Brano da commentare:  “ …. Alle Ferriere c’erano parecchi antifascisti, tant’è vero che quando nel’35 volevano farci iscrivere al sindacato fascista noi dicemmo di no. In tutto il reparto laminatoi, dove lavorava Ilio, vi furono soltanto pochissimi- si contavano sulle dita- che si iscrissero. C’erano diversi anarchici. Ilio era conosciuto come anarchico: ci sapeva fare … Alle Ferriere c’erano dentro i tedeschi. Però il direttore era molto “legato” a mio cognato, perché la FIAT teneva il piede in due staffe. Erano stati minati i  treni e Ilio- non so se da solo o con altri, li sminò, mettendo a rischio la propria esistenza perché potevano saltare da un momento all’altro. Ed è per quello che la FIAT in seguito … erano sicuramente a conoscenza della squadra SAP attiva nelle Ferriere: uscivano ed entravano dalle Ferriere quando volevano, il dirigente sapeva tutto …” ( Testimonianza di Aldo Demi )
Bibliografia: Tobia Imperato, Il “Moro” delle Ferriere  in  Bollettino Archivio G. Pinelli, n. 5- luglio 1995,  p. 40
 
 Nell’ultimo giorno dell’insurrezione, 26 aprile 1945, ILIO BARONI fu ucciso mentre soccorreva un compagno ferito.  Anche in questo caso come per Cristofoli si cercò, elogiandone l’eroismo,  di porre sotto silenzio la sua militanza anarchica (cfr. brano)
Brano da commentare: “ Nella biografia di Baroni, tracciata da un biografo di quarta mano per conto del Comando 7° Brigata SAP,  apprendiamo: “Ilio Baroni… prese parte attiva al movimento politico e sindacale facente capo ai Partiti più rivoluzionari (sic, per non dire “Federazione Anarchica Elbano Maremmana) … lo vediamo nel 1922 appena ventenne reagire , con le squadre antifasciste in Toscana (sic, per non dire “Arditi del Popolo) contro le violenze fasciste. Decise di andare a Parigi, ed infatti vi si recò il 15 agosto del 1937 per prendere contatto con gli antifascisti, colà espatriati (antifascisti per non dire anarchici)…. Egli a capo della sua  squadra compì delle azioni che sono state di una audacia senza pari e di una utilità immensa agli operai ed alla Nazione  ….. “ (relazione del Comando 7° brigata SAP, Torino)
Bibliografia in Pietro Bianconi, Gli anarchici italiani nella lotta contro il fascismo, Edizioni Archivio Famiglia Berneri, Pistoia 1988, pp. 166-167
Bibliografia: Tobia Imperato, Il “Moro” delle Ferriere  in  Bollettino Archivio G. Pinelli, n. 5- luglio 1995,  p. 40
ATEO GAREMI  e DARIO CAGNO
Tra le prime imprese audaci compiute dai partigiani a Torino si deve, inoltre,  ricordare l’uccisione di  un importante gerarca fascista compiuta due gappisti  : il giovane  partigiano ATEO TOMMASO GAREMI ( 1921-1943) e  l’anarchico DARIO CAGNO (1899-1943) . DARIO CAGNO ,  aveva, nel 1943, già  un’esperienza di lotta rivoluzionaria di lunga data.  Sin da quando aveva  quattordicianni aveva vagabondato come marittimo in diversi paesi europei e nord-americani. Costretto a rimpatriare nel 1918 per il servizio militare,  Dario Cagno disertò, ma, arrestato fu  condannato,  a più riprese,  per diserzione e furto. Nel 1925 raggiunse clandestinamente  la Francia dove venne a contatto con diversi esuli anarchici e  socialisti ( tra cui Sandro Pertini e Alceste De Ambris) . Incaricato di fungere da fungere da collegamento clandestino tra Francia e Italia fu pern questa sua attività  più volte fermato e arrestato sempre  con l’accusa di essere trovato sprovvisto di passaporto .  Appena era libero riprendeva il suo ruolo di “corriere sovversivo” , espatriando e rientrando in Italia sempre con nuovi incarichi. Nel 1933 un suo ennesimo arresto fu aggravato dalla accusa ( non suffragata da prove)   di un suo compagno di cella (spia) di essere giunto in Italia per organizzare un attentato al Duce. Condannato al confino per tre anni a Ponza, la pena fu poi, prolungata di altri cinque anni.  Liberato nel 1942, fu tra primi ad organizzare  e a partecipare, a Torino,  alla lotta partigiana. Fu fucilato insieme a Ateo Garemi per l’uccisione del seniore della milizia fascista Domenico Giardina.  Qualcuno sostenne che il vero obiettivo fosse  il fascista Piero Brandimarte assassino di molti altri compagni operai torinesi., tra cui  PIETRO FERRERO (cfr. infra post..  .  ATEO GAREMI , aveva da bambino seguito la famiglia in Francia e appena diciasettenne era andato a combattere con le brigate internazionali in Spagna. All’inizio della lotta partigiana accorse in Italia e  con un gruppo anarco-comunista iniziò a compiere azioni, che lo resero ben presto assai noto all’interno del movimento resistenziale torinese, prima ancora di fare parte dei GAP  torinesi. Arrestato dopo  il riuscito attentato a  Giardina  fu fucilato, insieme a Cagno   il 22 dicembre 1943. (cfr. brano)
Brano da commentare:  “ Ricordo la  prima circolare per  la costituzione dei GAP, i giovani che dovevano lavorare in città. Un giorno è arrivata la Picolata e mi ha detto : “ “ Guarda che ti porto giù dei ragazzi”. Tra loro c’era anche Ateo  Garemi, che è stato il primo gappista torinese. Era un ragazzo bruno, intelligentissimo. Un ragazzo straordinario, davvero gentilissimo. Mi dice: “Tè, tienimi la cravatta” Io prendo il pacco. Vengo a casa . Guardo. Era una rivoltella. L’ho nascosta epoi, quando Ateo è riuscito a sistemarsi in una casa, gliel’ho portata e lui mi ha detto: “ Ma guarda, è tutta arrugginita!” Eh, ma io  non me ne intendevo di armi, non sapevo che dovevo darci l’olio. Il 24 ottobre , con un altro, Ateo ha ucciso il seniore Giardina  a Porta Nuova. Il colpo ha fatto impressione: in piena Porta Nuova un gerarca ucciso! Però lui è stato subito preso, perché si vede che l’organizzazione  era ancora all’inizio, non era ancora forte; tra gli arrestati forse qualcuno ha parlato. Garemi è stato fucilato. Un  ragazzo proprio meraviglioso. Mi aveva dato  anche una busta con  i suoi documenti e qualche cosa mi è rimasta; l’ho tenuta , per ricordo ….” ( testimonianza di Teresa Cirio , nome di partigiana, Roberto.  Comunista aveva l’incarico di tenere i collegamenti con la  direzione del PCI a Milano )
Bibliografia:  testimonianza di Teresa Cirio in  Anna Maria Bruzzone – Rachele Farina, La resistenza taciuta. 12 vite di partigiane piemontesi. Prefazione di  Anna Bravo, Bollati Boringhieri 20016 p. 84
 
E’ da notare come in questa appassionato resoconto dell’attentato  gappista  non si fa il nome del complice di Ateo Garemi, che pur doveva essere   noto  negli ambienti  antifascisti. (si pensi , per esempio, alle  lunghe permanenze in carcere e  al confino di Dario Cagno e alla sua conoscenza, in Francia,   di Sandro Pertini e  di  tanti altri autorevoli antifascisti). Sarà probabilmente una semplice   coincidenza, ma un po’, a mio parere, dà da pensare il fatto che il non  nominare Cagno si riscontra, come ha  notato Pietro Bianconi, , anche   in altre versioni dell’attentato, per esempio in Storia dell’Italia partigiana di Giorgio Bocca :
Brano da commentare: “ “ UN GAPPISTA  SCONOSCIUTO”. In una pagina della sua  Storia dell’Italia partigiana  Giorgio Bocca narra la nascita del gappismo torinese e scrive : “ Comandava i primi gappisti Ateo Garemi: giovane, coraggioso, rivoluzionario dalla nascita, dal nome. Le prime due azioni, quasi contemporanee, sono del 22 novembre: due gappisti in bicicletta aprono il fuoco sui soldati tedeschi di guardia alla stazione di Porta Nuova, senza colpirli; pochi minuti dopo esplode con morti e feriti nemici, una bomba lanciata da Garemi in un locale di Via Nizza. Cadono sotto i colpi dei gappisti il fascista Vassallo e il seniore della Milizia Domenico Giardina. Giardina  è ucciso il 29ottobre, il 30 Garemi è catturato…” Qui lo scrittore, lo storico non si cura nemmeno di controllare le “sue “ date: le prime azioni del gappismo torinese, scrive, sono del 22 novembre, poi avverte che i nazisti catturarono il giovane Garemi il 30 ottobre … eppure il fascista Giardina fu ucciso il 29 ottobre! Non solo: Giorgio Bocca ed altri illustri scrittori e storici, mentre giustamente ricordano Ateo Garemi, omettono il nome dell’anarchico Dario Cagno. Solo Pietro Secchia se ne ricorda incidentalmente, collocando però il nome di Dario Cagno fra i comandanti e i commissari comunisti caduti per mano fascista” ( Pietro Bianconi, Gli anarchici italiani nella lotta contro il fascismo)
Bibliografia in Pietro Bianconi, Gli anarchici italiani nella lotta contro il fascismo, Edizioni Archivio Famiglia Berneri, Pistoia 1988, pp. 164-165
                                                                             
ATTILIO DIOLAITI, EDERA DE GIOVANNI, EGON BRASS
ATTILIO DIOLAITI (1898-1944)  . Nato a Baricella , presso Bologna) sin da giovanissimo, aderì all’anarchismo e fondò, nel 1915, il gruppo EMILIO COVELLI.   Convinto antinterventista  quando fu richiamato alle armi nel 1916 disertò. Arrestato fu condannato a tre anni di prigione. Fu tra gli organizzatori dello sciopero per il caro-vita a Bologna nel 1919 . Dal 1927  al 1930 fu confinato nell’isola di Lipari.  Liberato , gli fu imposta una carta d’identità con sovra scritto “pericoloso in linea politica. La vigilanza speciale a cui quotidianamente fu sottoposto non gli impedì un’attività clandestina a largo raggio. Rappresentò i compagni bolognesi al Congresso anarchico clandestino di Firenze nel 1943.  Fu tra i primi ad organizzare formazioni partigiane in Emilia-Romagna : la “Biaconcini” a Imola, la “fratelli Bandiera” e la “ 7°  GAP a Bologna, che confluì successivamente nella 37ma Brigata “Garibaldi”..Epicentro delle azioni partigiane attività era il mulino di  Alfredo De Giovanni  a Monterenzio.   Il 30 marzo 1944, cadde con il suo gruppo in una trappola ordita dall’infiltrato Remo  Naldi. Nella notte tra il 31 marzo e il 1 aprile 1944 fu fucilato  dietro le mura della Certosa di Bologna, insieme  ad altri sei compagni, tra cui la partigiana, prima donna che subì la pena della fucilazione,  EDERA DE GIOVANNI (1923-1944), figlia del mugnaio di Monterenzio, ed il suo compagno EGON BRASS ( 1925- 1944)  nato in Slovenia e che prima del suo arrivo in Italia  aveva già partecipato alla resistenza jugoslava contro i nazi-fascisti.  Gli altri componenti del gruppo, anche essi fucilati , furono ETTORE ZANIBONI (1908-1944), ENRICO FOSCARDI (1905- 1944), FERDINANDO GRILLINI (o GRILLI) (1882-1944).  (cfr. brano)
Brano da commentare: “ In una lapide , apposta sul muro della Certosa di Bologna, è scritto: PERSEGUITATI IN VITA UNITI NELLA MORTE IL PRIMO APRILE TRUCIDATI DAL PIOMBO FASCISTA QUI CADDERO FIERI DEL LORO SACRIFICIO ATTILIO DIOLAITI E COMPAGNI. […] Nel settembre Attilio Diolaiti costituì la SAP di Saravezza. Le azioni di sabotaggio e di guerriglia compiute da questo gruppo di compagni furono numerose. Iniziarono nel novembre del ‘43 contro le spogliazioni e le razzie delle autorità fasciste che col pretesto degli ammassi e della guerra, sequestravano grano , olio e viveri ai contadini, alla popolazione. La “squadra Diolaiti” attaccò i depositi e i magazzini dei fascisti e distribuì il grano e gli altri viveri sequestrati alla popolazione. Seguirono sabotaggi alle linee di comunicazione, attacchi alle caserme nazifasciste per procurare armi alle formazioni partigiane che andavano stentatamente organizzandosi sulle colline bolognesi e sull’ Appenino tosco-emiliano. […] Il 29 marzo 1944, a seguito di una delazione, tutti i componenti del gruppo Diolaiti furono catturati e, dopo due giorni di sevizie, fucilati al muro della Certosa di Bologna “dalla squadra del bandito fascista Tartarotti” ( Pietro Bianconi, Gli anarchici italiani contro il fascismo…)
Bibliografia in Pietro Bianconi, Gli anarchici italiani nella lotta contro il fascismo, Edizioni Archivio Famiglia Berneri, Pistoia 1988, pp. 164-165
Anche nel caso di Diolaiti, così come per altri comandanti non comunisti inquadrati nelle Brigate Garibaldi, dipendenti dal Partito Comunista Italiano si denota nel riferirne le eroiche imprese a una ostentata superiorità mista ad un forte senso di imbarazzo e stando, inoltre, bene attenti  a non menzionarne la fede politica, soprattutto se anarchici. Ciò mi sembra confermato dai  rapporti  delle brigate  “garibaldine” , comuniste,  sulle attività  svolte, durante la resistenza. (cfr. brano)
Brano da commentare: “ … La ragione dell’inquadramento nei GAP comunisti di rivoluzionari non appartenenti a quel Partito (“non compagni” dice il rapporto) è così spiegata: “ Negli uomini che attualmente compongono i nostri GAP riscontriamo ancora una debolezza fondamentale che è il residuo  di un falso sentimentalismo e cioè l’incertezza, anzi l’avversione per le azioni di espropriazione.” Le azioni compiute dai GAP in un primo  tempo a Imola e Bologna furono quattro e fra queste l’attentato al ristorante  Diana, contro la sede dell’ufficio cartografico del comando tedesco a Villa Spada era comandata dall’anarchico Diolaiti. “ Così dice il rapporto: “ Questo elemento non è membro del partito, ha però dimostrato di possedere una delle qualità indispensabili per un gappista: il coraggio e la decisione. Se questo gappista non avesse avuto in sommo grado queste qualità, l’azione di Villa Spada non avrebbe avuto luogo” Naturalmente nel rapporto si tace il nome di queso gappista.” ( Pietro Bianconi, Gli anarchici italiani contro il fascismo…)
Bibliografia in Pietro Bianconi, Gli anarchici italiani nella lotta contro il fascismo, Edizioni Archivio Famiglia Berneri, Pistoia 1988, p. 147 nota: 11
                                                                               

Edera de Giovanni fu la prima  partigiana ad essere fucilata , e mostrò tutto il suo coraggio durante l’esecuzione, quando  guardandoli in faccia gridò “ Tremate. Anche una ragazza vi fa paura!”.  Il suo  carattere impetuoso l’aveva già imostrato  alcuni anni prima, quando nel gennaio 1943, in un locale  pubblico  , disse  a un funzionario fascista, che indossava la camicia nera : “  Queste camicie nere… fra qualche anno dovranno scomparire.” . Per quella sua previsione  subì 15 giorni di carcere.  Su Internet  immagini di Edera De Giovanni, che ho qui inserito,  ve ne è una , il cui commento offre, a mio parere, uno spunto per una riflessione sulla condizione della donna ai tempi della resistenza italiana contro il nazifascismo. Edera De Giovanni in quanto fumatrice  e propensa all’uso di pantaloni viene definita  “giovane anticonformista e libera” rispetto alle convenzioni e alla morale dell’epoca.
                                                                             
RIBELLI DUE VOLTE
  Un fenomeno questo che accomunava tutte le giovani donne che parteciparono alla resistenza e che è stato recentemente ed efficacemente sintetizzato con l'attribuzione alle partigiane della qualifica di "doppie ribelli "
(cfr. brani ) 
Brani da commentare: 1) “ Tale partecipazione (femminile) viene tutt’ al più descritta ed enfatizzata per quelle “mansioni” che sono generalmente ritenute femminili: l’assistenza infermieristica, la sussistenza alimentare, la protezione dei fuggiaschi, la solidarietà verso le famiglie e i figli dei caduti. Tutti compiti sicuramente svolti e affatto secondari, ma certo in un’ ottica assai diversa da quella di “casalinghe alla macchia” che si vorrebbe imporre a donne, giovani e meno giovani, che avevano compiuto scelte radicali. Infatti, a differenza dei coetanei maschi costretti a decidere di fronte ai bandi di arruolamento forzato della Repubblica di Salò, “ a noi ragazze nessuno chiedeva niente e se decidemmo fu del tutto autonomamente” Per questo la definizione di “ribelli due volte” appare pertinente e fondata, perché non solo si trovavano in conflitto con l’ordine fascista, ma dovevano liberarsi anche dall’ideologia sessista che il fascismo – maschio per antonomasia -  aveva ulteriormente rafforzato in una società patriarcale come quella italiana nella quale, anche per l’ influenza del cattolicesimo, la donna era inchiodata ai ruoli di figlia sorella, moglie e madre, sempre ben dentro l’assetto familista tradizionale. Ruoli così oppressivi che gli anni 1924, 1926 e 1928 avevano fatto registrare, non causalmente, il più alto numero di suicidi femminili dell’Italia contemporanea.  D’ altra parte  la rivolta contro il potere dei pregiudizi sessisti e la conseguente divisione dei ruoli, le donne antifasciste dovettero sicuramente condurla anche all’interno del movimento resistenziale, proprio tra gli stessi compagni di lotta e le forze politiche che l’animavano, e di questa contraddizione3 non mancano le testimonianze relative soprattutto ai momenti in cui la presenza delle donne nelle formazioni partigiane diventava un fatto pubblico .[…] è noto che, generalmente, nelle repubbliche partigiane al m omento di costituire le rispettive strutture di  autogoverno, le  donne si videro precluso il diritto di voto, riconosciuto soltanto ai capifamiglia, e la possibilità di far parte degli organi democratici, ad eccezione di Gisella Floreanini della Repubblica dell’Ossola. Secondo tale logica discriminante, è noto come le partigiane delle brigate Garibaldi, a direzione comunista, a Torino, si videro negato all’indomani della liberazione il diritto di sfilare armate assieme  ai “garibaldini” e alle donne delle altre formazioni ( Matteotti, Giustizia e Libertà, autonome), nonostante che avessero avuto ben 99 compagne cadute; mentre a Milano furono costrette a mettere al braccio una fascia che le qualificava come “crocerossine”.  [….] a dimostrazione di quanto il Partito comunista “togliattiano” fosse succube del perbenismo borghese e di come nelle sue formazioni venisse perpetuata la morale legata al modello patriarcale della famiglia cattolica . Peraltro la cultura maschilista affiora persino nella retorica delle motivazioni della medaglia d’oro “alla memoria” delle partigiane Livia Bianchi caduta “ virilmente impugnando le armi” in Valsolda, e Gina Borellini che nel modenese aveva “impugnato le armi dando frequenti e luminose prove di virile coraggio”.  ( Martina Guerrini, Donne contro , ribelli…….) ; 2) “… Poi siamo andati a Torino. Io non ho potuto partecipare alla sfilata, i compagni non mi hanno lasciata andare . Nessuna partigiana garibaldina ha sfilato, ma avevano ragione loro. Mi ricordo che strillavo :” Io vengo a ficcarmi in mezzo a voi, nel bello della manifestazione: Voglio un po’ vedere se mi sbattete fuori. “ Tu non vieni, se no ti pigliamo a calci in culo! La gente non sa cos’hai fatto in mezzo a noi, e noi dobbiamo qualificarci con estrema serietà!” E alla sfilata non ho partecipato: ero fuori ad applaudire. Ho visto passare il mio comandante, poi ho visto Mauri, poi tutti i distaccamenti di Mauri con le donne che avevano insieme. Loro sì che c’erano. Mamma mia, per fortuna non ero andata anch’io! La genete diceva che erano delle puttane. Io non ho più nessun pregiudizio adesso, ma allora ne avevo. Ed i compagni hanno fatto bene a non farci sfilare: hanno avuto ragione. “ ( testimonianza di Tersiglia Fenoglio Oppedisano ( nome da partigiana : Trottolina)  Staffetta del Comando del Raggruppamento Garibaldino delle Langhe., aveva l’incarico di tenere in collegamenti con il CLN di Torino) ; 3)  “ Avrei dovuto avere i gradi di tenente o da capitano, alla fine della guerra, invece non ho neanche fatto la richiesta del riconoscimento partigiano. Un ragazzo, Petrini, che io avevo messo a lavorare nella Resistenza e a cui avevo dato il  comando militare di rione – negli ultimi mesi io avevo anche il comando militare del settore, perché dovevamo organizzare quadri militari, formazioni per il momento dell’insurrezione -, un giorno mi dice  Nellia, hai fatto la domanda per il diploma?” “ No, neanche  per sogno” . E allora me la fa lui e mi mette “ come soldato semplice della sua formazione, l’8° Brigata SAP “ Osvaldo Alasonatti”. E io gli avevo dato il comando. Cesare Bordone, che comandava tutto il settore, un giorno m’incontra e mi dice: “ Ciau, Tenente!” “ Macché  tenente, sun mac partigiana, sono soltanto partigiana”. “ Come! “ “ Lascia stare così, va bene così!”  E conosco tante persone che sono uscite fuori il giorno della liberazione e hanno la medaglia d’oro! …. “ ( testimonianza di Nelia Benissone Costa  , nome da partigiana :Vittoria.. Comunista dal 1938, è tra gli organizzatori dei GAP e delle SAP torinesi. Successivamente  fu responsabile organizzativa  e militare  del I settore del PCI e dei Gruppi di difesa della donna di Torino)
                                                                                 
 NOTA: Tra gli anarchici, già citati in altri post di questo blog,  che parteciparono, con la loro autorevolezza di "vecchi"   rivoluzionari, non  nel senso anagrafico del termine, alla Resistenza mi limito a citare  GIOVANNI DOMASCHI (cfr. post ALFONSO FAILLA, UGO FEDELI .....) ed ENRICO ZAMBONINI ( cfr. post  VOLONTARI ITALIANI ANARCHICI IN SPAGNA 2 )
 
 
 
 
 
 



 
 



 
 
 
 

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