sabato 30 aprile 2011

ANARCHICINI: ANARCHICI E RESISTENZA 3: SILVANO FEDI (1920-1944), PIETRO BRUZZI (1888- 1945) , MARIO ORAZIO PERRELLI ( 1894-1974), ANTONIO PIETROPAOLO (1899-1965), GERMINALE CONCORDIA, LIA BELLORA (1913- TARCISIO ROBBIATI (1897-1952) , GAETANO GERVASIO (1886-1964) , ANTONIO (1892-1971) E ALBERTO (1923-2000), MARIA OCCHIPINTI (1921-1996)


Oltre che nella  zona di Carrara e in Liguria formazioni partigiane anarchiche autonome ve ne furono anche altrove come per esempio nella zona di Pistoia e in Lombardia.


 SILVANO FEDI  (1920-1944). Nato a Pistoia fu condannato a 19 anni dal Tribunale Speciale   per le sue idee antifasciste ad un anno di prigione.. Liberato , aderì  a un gruppo clandestino anarchico di Pistoia e nuovamente  arrestato   fu rilasciato  grazie  a una manifestazione cittadina a suo favore . Nel 1943  fondò insieme ad altri compagni, tra cui  ENZO CAPECCHI e ARTESE BENISPERI,una formazione partigiana denominata,  "Squadre Franche Libertarie",   che si distinse in breve tempo per le sue fulminanti e coraggiose eroiche azioni, malviste , però , dal Partito Comunista  a causa del forte consenso popolare che suscitavano.  Nel 1944  morì in un’imboscata    tesagli dai nazi-fascisti in seguito probabilmente a una delazione. Tra le sue imprese più audaci fu l’attacco alle carceri giudiziarie di Pistoia nel giugno 1944. (cfr. brano)
Brano da commentare: “ Il 23 giugno 1944 Silvano Fedi ed Enzo Capecchi, d’accordo con tutti i componenti della formazione, decisero di avvicinare tale Licio Gelli, un  pistoiese di 25 anni, tenente repubblichino e ufficiale di collegamento fra le forze armate della repubblica sociale e quelle tedesche. Il Gelli aveva offerto la propria collaborazione al CLN di Pistoia, approfittando dell’amicizia di un suo cognato comunista (più volte imprigionato dai fascisti col presidente di quel comitato,  Italo Carobbi.  I partigiani seppero così dal Gelli che nel carcere di Pistoia si trovavano prigionieri oltre cinquanta detenuti, la maggior parte dei quali accusati di reati politici, fra cui due persone di origine ebraica già destinate alla morte nei campi di sterminio. […]. La mattina del 26 giugno 1944 Silvano ed Enzo capecchi attesero nascosti ai margini di una strada provinciale, che passasse la macchina dell’ufficiale repubblichino. Costui pernottava a Firenze e tutte le mattine, con la macchina militare di cui era fornito, giungeva a Pistoia, per prendere servizio. Il Gelli confermò di essere disposto a dare la sua collaborazione dietro compenso di 40.000 lire. […]   I due compagni, armati di mitra, salirono a bordo della macchina e con Gelli  che guidava giunsero rapidamente alla Villa  Sbertoli .  Poco prima del cancello che si apriva sul parco Silvano (Fedi) scese, mentre gli altri due ( Capecchi e Gelli) proseguirono per il lungo viale alberato. Il Gelli era conosciuto al carcere e, dopo essere stato  introdotto dalle guardie nei locali interni, accompagnò immediatamente Enzo dal maresciallo comandante  la guardia e lo presentò come ispettore della polizia fascista. Enzo disse al maresciallo che provedesse a rendere libera una cella per quel pomeriggio, perché doveva condurvi due famosi capi partigiani, uno dei quali era il famigerato Silvano Fedi.  […] Alle ore 14 dello stesso giorno, si presentavano alle carceri Fedi Silvano e Benesperi Artese ammanettati – armati di pistole e bombe a mano – condotti da Capecchi Enzo, Pinna Giovanni,  Innocenti Iacopo e Gelli Licio, armati di mitra, di pistole e bombe a mano. Il telefono era state reso inservibile prima di entrare nelle carceri. Silvano e Artese Benisperi erano stati ammanettati in maniera tale da potersi liberare rapidamente. Le pistole e le bombe a mano le avevano in tasca. Il Gelli era stato costretto a partecipare all’ azione con le armi scaricate e guardato a vista in continuazione dai partigiani che rimasero sempre vicini a lui. Enzo capecchi, con la sua autorità di falso ispettore di polizia, ordinò al maresciallo comandante la guardia di adunare tutti gli uomini di servizio, compresi i militi, perché doveva parlare loro con urgenza. Il maresciallo non se lo fece ripetere due volte, eseguì prontamente l’ordine e quanto il gruppo dei carcerieri risultò  al completo i partigiani puntarono le armi … “ Il capo carceriere è costretto a consegnare le chiavi di tutte le celle, che vengono sistematicamente aperte e tutti i carcerati vengono messi in libertà ..” ( dalla   Relazione Squadre Franche  a Carattere patriottico. Gruppo “Silvani  )
Bibliografia in Pietro Bianconi,  Gli anarchici italiani nella lotta contro il fascismo, Edizioni Archivio Famiglia Berneri, Pistoia 1988, pp. 92-94. Per una versione più succinta di questa impresa, cfr.   Italino Rossi, La ripresa del movimento anarchico italiano e la propaganda orale dal 1943 al 1950,  Edizioni ERRE Elle , Pistoia 1981, p. 135 e nella  nota n. 2 a p. 141 a cura di Minos Gori ci si sofferma sulla figura di Licio Gelli, che proprio nel momento in cui il libro di Italino Rossi veniva dato alle stampe  era al centro della vicenda della Loggia massonica della P2.
 
PIETRO BRUZZI
 PIETRO BRUZZI  (1888-1945 )  Nato a Maleo (Lo)  si trasferì  presto a Milano dove trovò lavoro come operaio specializzato  e frequentò gli ambienti rivoluzionari prima  quelli socialisti e poi  quelli anarchici .  Perseguitato per le sue idee  dalla polizia  soggiornò per alcuni anni all’estero, spingendosi sin negli Stati Uniti.  Con lo  scoppio della prima guerra mondiale fu costretto ad arruolarsi, ma ben presto disertò e si rifugiò in Svizzera  prima e poi in Francia.  Espulso da tutti i paesi , dove andava, fu costretto  a tornare in Italia,  dove fu immediatamente arrestato e condannato a morte per diserzione.Fu poi  amnistiato e tornato libero  partecipò  assiduamente agli avvenimenti  principale del cosiddetto biennio rosso.  Come molti altri milanesi venne coinvolto nella repressione poliziesca seguita alla strage del teatro Diana e fuggì all’estero (Svizzera,  Germania, Russia, Belgio e infine in Francia , dove si stabilì e lavorò in una officina  sino a quando si trasferì  nel 1931  in Spagna.) .  Per la sua intensa attività anarco-sindacalista fu infine nel 1935 estradato in Italia  dove fu condannato per cinque anni al confino nell’isola di Ponza.   Libero fu tra i primi nel 1933  ad impegnarsi nella lotta partigiana e fu tra i fondatori principali delle  brigate Malatesta.  Pochi mesi prima della  vittoriosa insurrezione finale   fu catturato e  fucilato dai tedeschi  per rappresaglia il 19 febbraio 1945.  Dopo questa data furono affiancate alle due brigate  Malatesta le due brigate I Bruzzi e II Bruzzi, da qui la dicitura complessiva : brigate Malatesta-Bruzzi. Sono stati recentemente   e integralmente pubblicati gli interessanti, sotto più aspetti,  appunti di  Pietro Bruzzi, scritti durante la resistenza. Personalmente mi ha interessato in modo particolare  il suo commento al dono di Hitler a Mussolini  di una lussuosa edizione delle opere ( abbondantemente  manipolate) di Nietzsche.  (cfr. brano) 
Brano da commentare:  “… cerchiamo di mettgere bene in evidenza cosa rappresenta il dono del Feher [sic, non mio) a Muss delle opere del Nietzsche per svagarlo un po’ dalla  noia della solitudine. Il tedesco è un nietzschiano come lo è stato  fin da giovane il nostro Muss. Ciò significa che questi due individui hanno preso a modello della loro vita il superuomo, il mito vaticinato dal Nietzsche in “Così parlò Zatrahustra “ La filosofia di Nietzsche diffusa a traverso un cospicuo numero di libri, conduce coloro che si lasciano convincere ad uno stato mentale che li pone al di sopra d’ogni morale; li mette “al di là del bene e del male”. In modo che colui il quale s’investe e si incarna, nella vita reale, dell’idea del superuomo, è portato di conseguenza a considerare il resto del genere umano come un pastore considera un armento. Il superuomo  che per avventura  diventa capo  di una nazione considera questa nazione come una cosa propria, la sua proprietà e ne usa  ed abusa a suo capriccio, fin che può. A lui importa poco che la nazione ingrandisca o perisca, che il popolo patisca o gioisca. L’importante per lui è di potersi mantenere sempre al di sopra di tutti, con ogni mezzo: con la forza, con l’astuzia, con la corruzione, con l’inganno, con l’assassinio, poiché il fine giustifica ai suoi occhi qualunque mezzo, anche il più criminale, come la soppressione violenta di Matteotti, Amendola e tanti altri, pur di raggiungerlo. Per il superuomo è ben misera cosa il popolo con i suoi simboli, i suoi idoli, i suoi vanesii; per lui può essere sacrificato interamente senza commuoversi. Gli uomini giudicano questi superuomini secondo i loro interessi. Se questi interessi sono prosperi o possono diventare tali sotto il loro dominio, essi li esaltano come benefattori della patria, della nazione, del genere umano, come se fossero essi stessi l’umanità intera. Viceversa se i loro  affari particolari vanno male, allora prendono un’ attitudine diffidente o contraria alloro regime, e magari cospirano per la loro caduta. Ma qualunque sia il giudizio che gli uomini portano a questi superuomini esso li lascia sempre indifferenti, anche se talvolta fingono di prenderli in considerazione. Un capo assoluto non lo si giudica: egli è al di sopra di ogni giudizio.  …. “ ( estratto da Pietro Bruzzi, Vimercate. Quaderno di appunti e rilievi sui fatti del giorno, 20 settembre 1943)
Bibliografia: in Mauro De Agostini – Franco Schirone,  Per la rivoluzione sociale. Gli anarchici nella resistenza a Milano (1943-45) , zero in condotta, 2015 pp. 243-244
 
 MARIO PERELLI,  ANTONIO PIETROPAOLO, MARIO MANTOVANI,  GERMINAL CONCORDIA (MICHELE)  e la sua compagna MARILENA ODESSA.

Oltre a BRUZZI anche  MARIO PERELLI,  ANTONIO PIETROPAOLO, MARIO MANTOVANI e  GERMINAL CONCORDIA (MICHELE) svolsero un ruolo importante all’interno delle Brigate Malatesta-Bruzzi . E si deve notere che essi a conferma di una certa libertà di comportamento rispetto a convenzioni o regole rigide operanti in altre formazioni partigiane,  si alternarono spesso nei ruoli di comandante militare o commissario politico (cfr. brano) 
Brano da commentare: “  … Per quanto riguarda l’organizzazione delle formazioni lo stesso Di Gaetano precisa che in realtà “ non c’era una vera gerarchia “ ( come d’altra parte parrebbe logico in un gruppo libertario) e che le decisioni venivano prese collettivamente tra i più anziani ed esperti. Infatti Concordia, Perelli, Pietropaolo, Mantovani, Asara ed altri appaiono indicati in documenti diversi alternativamente come “comandante militare” o come “commissario politico”. Indubbiamente incarichi diversi sono stati rivestiti, nel corso di questi lunghi mesi, in momenti e luoghi diversi e, come abbiamo visto, dopo l’arresto di Concordia e Pietropaolo il ruolo di Perelli diventa centrale per tutta l’organizzazione . “ ( Mauro De Agostini- Franco Schirone, Per la rivoluzione sociale…….)
Bibliografia: Mauro De Agostini- Franco Schirone, Per la rivoluzione sociale.Gli anarchici nella resistenza a Milano (1943-1945), zero in condotta, 2015 p. 159 
 Ai primi di Aprile del 1945 queste formazioni aderirono, mantenendo la loro autonomia, nelle  brigate socialiste MATTEOTTI al fine di non restare, alla vigilia ormai della liberazione, troppo isolati politicamente. Nel maggio 1945 a liberazione appena avvenuta il bilancio  finale  delle loro azioni sia sul piano militare che sociale fu comunque positivo. (cfr. brano)
 Brano da commentare: “ Sorvolando sui dettagli o sui fatti minori”, ricorda Il Libertario di Milano, “ gli episodi di natura militare a cui le brigate Malatesta-Bruzzi hanno portato il loro pieno concorso si possono così riassumere: il 25 aprile (1945) una colonna tedesca è disarmata ad Affori …. Lo stabilimento Carlo Erba viene occupato in collaborazione con elementi di altri partiti. Nostri gruppi armati  a Porta ticinese procedono a requisizioni di armi”. Il giorno successivo la IV  ( ?: L’interrogativo è mio) Brigata Malatesta  controlla le vie che conducono alla zona Sempione e Garibaldi, viene occupata quindi la Triplex ed in collaborazione con altri, la radio. “ Ma l’azione delle nostre Brigate non si limita soltanto ad operazioni militari” afferma Il Comunista Libertario  del 18 maggio 1945 “ non appena il successo dell’operazione appare assicurato in modo tale da  impedire qualsiasi ritorno offensivo delle forze fasciste, l’epurazione viene condotta tenendo presente l’effetto sociale che si deve ottenere”. Generi alimentari e vestiario requisirti, sono destinati alle famiglie povere , sinistrate o vittime della persecuzione fascista. Sono anche requisite alcune ditte appartenenti a noti fascisti e consegnate agli operai che le avevano difese col  loro sangue ed il loro lavoro. Le fabbriche , trasformate in cooperative, sono riaperte e la produzione viene subito  ripresa con gestione diretta. Altrettanto avviene per la terra. …”  ( Italino Rossi,  La ripresa del Movimento Anarchico italiano e la….) 
Bibliografia:  Italino Rossi,  La ripresa del Movimento Anarchico italiano e la propagnda orale dal 1943 al 1950,  Edizioni Erre Elle, Pistoia 1981, pp. 36-37 .  

BREVI CENNI BIOGRAFICI: MARIO ORAZIO PERELLI (1894-1979). Fervente antimilitarista  e antinterventista aderì presto all’ anarchismo,. Dopo la prima guerra mondiale collaborò al quotidiano Umanità Nova, in cui coesistevano sia la tendenza comunista che quella individualista, diretto da  Errico Malatesta . Fu anche egli coinvolto , pur essendo estraneo al fatto, nella repressione  fascio-poliziesca seguita alla  “Strage del Diana”. Condannato a vent’anni del carcere, nel 1940 la pena fu commutata con il confino a Ventottene , Ponza e infine  Renicci d’ Anghiari, da dove nel 1943 , fuggì con tutti gli altri compagni detenuti ( cfr. post ALFONSO FAILLA , UGO FEDELI ……). Perrelli , insieme a Bruzzi e Pietropaolo, fu tra i primi a organizzare in Lombardia  formazioni partigiane . Pur militando , dopo la guerra, in altri partiti,  Perelli  volle  per i suoi funerali  bandiere nere anarchiche.  ANTONIO PIETROPAOLO  ( 1899- 1965) . Nato  a Briatrico in Calabria  si trasferì presto a Milano. Coinvolto nell’attentato al teatro Diana fu condannato  a diciassette  anni non per quella  strage ma per associazione a delinquere e fabbricazione e trasporto di bombe. Nel 1932 fu liberato in seguito ad un’amnistia e sottoposto a libertà vigilata a Vibo Valentia.  Durante la  Resistenza organizzo  e comandò , sino al suo arresto, una formazione partigiana , la cosiddetta  II Malatesta in provincia di Pavia in collegamento con quella di Milano, la cosiddetta I  Malatesta. Si distaccò anche lui gradualmente  , dopo la guerra, insieme a Perelli e a Germinal Concordia dal movimento anarchico. MARIO MANTOVANI (1897-1977)  . Nato a Milano, si impegnò , sin da giovane , nel movimento anarchico e fu arrestato insieme a  Perelli  per l’ attentato al teatro Diana.  Visse durante la dittatura fascista quasi sempre in  carcere o al confino. Nel 1943 scappò insieme a Perelli ed altri dal campo di concentramento di Renicci e  si recò a Milano.  Durante la Resistenza, militò nelle brigate Malatesta-Bruzz, dove svolse importanti incarichi. Dopo la guerra fu uno dei più attivi esponenti della Federazione Anarchica Italiana (FAI)  e  direttore del settimanale Umanità Nova .   GERMINAL CONCORDIA ( 1913- 1980)  Pur dovendo interrompere gli studi universitari  continuò a studiare come autodidatta e fu influenzato dal pensiero filosofico e politico di    Benedetto Croce, che funse,  durante il regime, da importante punto di riferimento per quei giovani che non si riconoscevano nell’ideologia fascista.   Durante l’occupazione  tedesca contribuì ad organizzare  formazioni partigiane che confluirono poi  con le brigate Malatesta-Bruzzi.  Cercò anche di  valersi  , se ho capito bene ,  dell’appoggio di quei  fascisti, nel 1945, sentendo avvicinarsi la fine del nazi-fascismo , erano, relativamente , disponibili a favorire iniziative resistenziali. Uno di questi casi fu per esempio , secondo Concordia, la liberazione  dei detenuti politici rinchiusi, proprio come lui , la Belloria , Pietropaolo, e tanti altri a San Vittore.   In effetti il carcere fu liberato dai tedeschi che lo presidiavano, secondo la testimonianza del partigiano Libero Cavalli alla guida della Brigata giovanile delle “Matteotti",  il 26  aprile 1945 per un'azione armata condotta dall'esterno del carcere. Secondo il memoriale di Concordia esso avvenne invece un giorno prima per merito di un simultaneo attacco dall’esterno del carcere  di San Vittore e da una riuscita rivolta dei detenuti scoppiata con l’aiuto di molte guardie carcerarie italiane, dall’interno. (cfr. brano)
Brano da commentare: “ …. Con l’approssimarsi dell’insurrezione tra i detenuti incomincia a maturare il progetto di impadronirsi del carcere dall’interno. Si può contare sull’acquiescenza delle guardie carcerarie italiane, molte delle quali, tra cui il capitano Vetturini e il maresciallo Maiocchi, hanno già offerto i loro servigi alla Resistenza ed altre si preparano a saltare sul carro del vincitore.  L' incognita  è costituita dall’atteggiamento che  assumeranno i tedeschi. Nel frattempo le “Matteotti” sono riuscite a ristabilire i contatti con l’interno e ricominciano a studiare la possibilità di un attacco a sorpresa al carcere. “ La sera del 23 aprile” –secondo la testimonianza di Concordia – incominciarono ad udirsi i primi segni della battaglia che stava iniziando. Colpi isolati di fucile si alternavano con scrosci di mitragliatrice e tonfi di bombe a mano”  […] I detenuti, con la complicità del maresciallo Maiocchi, riescono ad occupare l’armeria ed una parte del carcere.  […]  Alle 16 del 25 aprile il carcere è finalmente nelle mani dei partigiani. “ ( Mauro De Agostini-Franco Schirone, Per la rivoluzione sociale... con frammenti del Memoriale Concordia )
Bibliografia: Mauro De Agostini- Franco Schirone, Per la rivoluzione sociale.Gli anarchici nella resistenza a Milano (1943-1945), zero in condotta 2015, pp. 145-146

Tale data è stata ribadita  durante l’intervista con Marilena Dossena, compagna di Concordia, nel video  Gli anarchici nella resistenza a cura del " Centro Studi Libertari Archivio Giuseppe Pinelli" in collaborazione con la " Fondazione Anna Kuliscioff "in occasione del 50° Anniversario della Resistenza.                       


LIA BELLORA
LIA BELLORA (nata nel 1913) , staffetta partigiana nelle brigate Malatesta-Bruzzi , dal 1945  venne nominata segretaria della Federazione Comunista –Libertaria Lombarda. Aderì nel 1950 all’ Unione delle Donne Italiane (UDI) .  Alla Bellora si deve , tra l’altro, un importante articolo pubblicato su "Il comunista libertario" il 30 giugno 1945. in cui è molto ben espresso quello che deve essere stato lo spirito animoso ed entusiasta di numerosi  partigiane e partigiani , che hanno lottato contro il nazifascismo e contro  tutto un sistema di vita retrogrado e conformista imperniato sulla paura e sul culto di un' obbedienza passiva  e spersonalizzante.  (cfr. brano)
Brano da commentare :  “Ciò che si è convenuto chiamare il male, ossia tutto ciò che costituisce un atto di rivolta contro le leggi della natura e della società, non solo può essere necessario al compimento della vita dell'individuo, ma ha anche in sé un valore innegabile che può essere almeno comparabile al valore del bene. Infatti , la felicità che ci offrono i moralisti risulta dall'obbedienza a tutte le costrizioni che ci sono imposte dalla natura e dalla società; per essere felici secondo loro basta obbedirvi. Ma essi dimenticano che tale felicità è tutta negativa, giacché consiste soltanto nell'evitare il dolore. L’immobilità che ci viene proposta dai moralisti non è altro che il non-essere, l’inerzia, l’indifferenza. Gli individui che non si allontanano che debolmente dalla linea diretta, diventano monotoni e fiacchi. Si riconoscono ben facilmente; nulla li tenta, nulla li interessa, non osano nulla. Hanno ucciso in se stessi, per mezzo della paura e dell’obbedienza, la facoltà di sentire, di desiderare, di volere. Guardano a tutte le cose con occhio sfiduciato e si allontanano da tutto ciò che potrebbe apportare loro qualche gioia, poiché non vedono che dei pericoli. Sono condannati ad una vita timida e triste. La felicità non può consistere in alcun modo nell'osservanza delle leggi, nella sottomissione alla regola. Basta, per esempio, leggere un trattato di igiene per rendersi conto di che sarebbe fatta la vita di un uomo che volesse osservarne tutte le prescrizioni. La felicità che risulta dall’osservanza di tutte le leggi della natura e della società è una felicità d’inerzia, la ribellione condannata dalla morale comune è invece il  principio stesso della vita. Gli audaci hanno una personalità abbastanza forte per sapere che nulla ha importanza se non i loro desideri e le loro volontà nei limiti dell’altrui diritto; altri a loro volta l’impareranno e la loro vita sarà più lieta e bella, più intelligente e più fiera, più feconda anche, sbarazzata dai timori, dalle incertezze che oggi l’opprimano.” (Lia Bellora, “ Nella ribellione comincia la vita” ,in “Il comunista –libertario, 30 giugno 1945)
Bibliografia:  in Martina Guerrini, Donne contro ribelli, sovversive, antifasciste,  e prefazione di Mario Rossi, Zero in condotta, 2013 pp. 72-73
                                                                               
TARCISIO ROBATTI
   Tra le formazioni minori, ma non per questo meno combattive, di tendenza anarchica-libertaria, che agirono in Lombardia, mi limito a citare l’ AMILCARE CIPRIANI , che operò nella zona  tra  Canzo ed Asso  guidata da TARCISIO ROBBIATI (1897-1952).  Nato a Milano Tarcisio Robatti aderì all’anarchismo ancora assai giovane.  Arruolato nel 1916 disertò . Arrestato e condannato a 5 anni  di prigione fuggì dal carcere di Borgonuovo Valtidone.Fu la prima di una lunghissima serie, negli anni successivi,  di arresti ed  evasioni. Visse molto tempo sotto il falso nome di “Luigi Maiocchi”. Nel 1926 fu assegnato al confino  ( Favignana,  Lipari e le Tremiti) per 5 anni. Tornò a Milano nel 1931 e sposò Maria Remondi, fascista di lunga data, che al di là della divergenza di idee, si mostrò con lui  , per quanto ne so, sempre una compagna affezionata e pronta ad intervenire in suo favore  (persino con una lettera al  duce) nei molti casi in cui lui , per i suoi “ persistenti atteggiamenti antifascisti”, era perseguitato dalle autorità. Ciò non gli risparmiò comunque ulteriori periodi di confino, dove il suo carattere ribelle e ad ogni forma di autoritarismo ebbe sempre modo di manifestarsi, nonostante le reiterate punizioni. Solo nel 1941 potè tornare a Milano e dopo l’8 settembre comandò la formazione partigiana anarchica “ Amilcare Cipriani". (cfr. brano)
Brano da commentare: “  Su questa formazione abbiamo scarsissime notizie; viene brevemente ricordata nel memoriale di Concordia: “ Cipriani agiva sulle montagne di Asso- Como-Erba ( altre fonti parlano della Val d’Intelvi) . Qualche contatto con il gruppo milanese sicuramente c’era, perlomeno nel periodo pre-insurrezionale, visto che il nome di Robbiati compare, in veste di capo distaccamento, in alcuni elenchi di partigiani della “ Malatesta Bruzzi” operanti in zona ticinese (dove risiedeva in via Montegani) […] Prova dell’importanza della banda è il fatto che nel periodo immediatamente successivo alla Liberazione a Canzo  risulti attiva una sezione comunista libertaria con circa 60 iscritti ed un centinaio di simpatizzanti e che un anarchico  faccia parte del CLN “ ( Mauro De Agostini- franco schirone, Per la rivoluzione sociale …) 
Bibliografia: Mauro De Agostini- Franco Schirone, Per la rivoluzione sociale.Gli anarchici nella resistenza a Milano (1943-1945), zero in condotta 2015, p. 76 
 
 Durante l'occupazione del Nord-Italia  dei nazi-fascisti  agì parallela alla resistenza armata la non meno coraggiosa e rischiosa "resistenza disarmata" , che si espresse sotto svariate forme, tra cui quella più incisiva ed efficace, e che purtroppo costò deportazioni e parecchi morti nei campi di concentramento in Germania fu la propagazione di scioperi operai tra il  1943 e il 1944. 
                                                                                 
                                                          GAETANO GERVASIO
 Un protagonista e testimone di quella "resistenza disarmata" fu GAETANO GERVASIO (1886-1964). Falegname, operaio metalmeccanico,  aderì all’ Unione Sindacale Italiana (Usi ), sin dalla sua costituzione  nel 1912, svolgendo, al suo interno,  importanti incarichi. Partecipò attivamente a Torino  al movimento dell' occupazione delle fabbriche  (1919-1920) e , dopo il suo fallimento emigrò in Francia , da dove fu , poi ,espulso con l'accusa " di attiva propaganda agli scioperi" e per  "appartenere al movimento comunista".   Dopo l'avvento del fascismo partecipò al Convegno clandestino dell' USI che si tenne a Genova. Le difficoltà come antifascista  di trovare un lavoro, lo spinsero ad aprire un'officina a Milano, dove vi trovarono lavoro compagni senza tessera fascista, che divenne ben presto nota come "l'officina rossa" e che chiuse nel 1934 per il boicotaggio contro di essa da parte del regime fascista. (cfr. brano)
Brano da commentare:  " In quegli anni non si trovava lavoro se non si aveva la tessera del Partito fascista e l'iscrizione al sindacato fascista. [...] Con i risparmi, a dir la verità esigui, degli anni di lavoro a Torino e a Parigi, negli anni successivi alla morte di Nina [ nota mia: la sua prima moglie] poiché non volevo aderire al Partito Nazionale fascista, e quind non avrei trovato lavoro in alcuna fabbrica, aprii a Milano un laboratorio-officina in cui costruivamo tecnigrafi. A Milano vigeva un clima di "caccia alle streghe" : irruzioni nelle case di antifascisti da parte delle squadracce con i manganelli per togliere dalla testa le idee marcie" urlavano i fascisti - o con l'olio di ricino - "per purificarli dalle loro idee malsane." Nonostante questo continuavo la mia  " nuova militanza" nell' "officina rossa" , come tutti chiamavano la mia officina a Gorla; i compagni "di passaggio" vi trovavano ospitalità o lavoro e così gli immigrati dal Sud. personalmente aiutavo anche compagni socialisti e comunisti sindacalisti "della base" [...] Nel '34 dovetti dichiarare il fallimento dell'officina. Anche questa opportunità di richiamare nell'irrealtà di un'impresa fuori dal tempo, gli ideali di fraternità e solidarietà, finì . Dichiarato il fallimento dell'officina, che mi sentivo addosso come un fallimento personale - anche se la causa più importante era l'ostrcismo delle altre imprese allineate alregime  e le persecuzioni dei fascisti - mi misi in cerca di un lavoro. per fortuna lo trovai presso un imprenditore intelligente e non fascista , l'ingegnere  Sormani ..." ( Gaetano e Giovanna Gervasio, Un operaio semplice..) 
Bibliografia: Gaetano e Giovanna Gervasio, Un operaio semplice. Storia di un sindacalista rivoluzionario anarchico (1886-1964)   Zero in condotta  2011  pp. 193-194 e p. 227
Dopo  la costituzione, nel centro-nord,  della Repubblica fascista di Salò, Gaetano Gervasio  partecipò agli scioperi del  1943 e del 1944 e arrestato, riuscì a fuggire prima  di essere deportato in Germania nel lager di Dachau.
 Brano da commentare: “ .. Fu negli anni della guerra, e soprattutto a iniziare dal ‘ 42  , che avevo intensificato i miei rapporti con i lavoratori delle altre fabbriche, piccole e grandi.  Ci si ritrovava in gruppi ristretti, la maggior parte delle volte in casa di compagni non ancora conosciuti dalla polizia repubblichina.  Si parlava della situazione politica, delle azioni dei fascisti, dei movimenti dei soldati, dell’atmosfera che si respirava nelle fabbriche, ma in primo luogo che cosa comunicare sulla stampa e quali interventi preparare […] Era, questo il nostro modo di fare “ Resistenza”. Combattevamo senza armi – anche se era una lotta impari contro la violenza estrema dei nazifascismi, ma era una “testimonianza” vitale nei luoghi che ci vedevano ogni giorno lavorare, faticare. Perché non volevamo adoperare i loro mezzi. Non volevamo “combattere quello che loro sono, senza più essere quello che noi siamo” “Non volevamo “non essere uomini”. Resistenti vittime, ma non violenti, anche se questo era una pazzia. [……].  Nel novembre ‘43 ricominciarono gli scioperi nelle fabbriche, anche  se le rivendicazioni” “ufficiali  “ erano di carattere economico: miglioramenti salariali, indennità speciali, razioni alimentari supplementari …., ma esse vennero ad assumere un significato politico, di opposizione al  fascismo e al nazismo. [….]  Gli scioperi e le manifestazioni nelle fabbriche erano la nostra Resistenza, la resistenza dei lavoratori. Tra gli operai si attiva una confederazione clandestina di forze antifasciste di partito. Nacque così il  “governo ombra” che guidò la Resistenza in tutte le sue forme” [….]  La reazione dei fascisti e dei nazisti agli scioperi fu durissima: arresti, torture, morti. I nazi-fascisti andavano nelle fabbriche, prendevano a caso i cartellini degli operai (uno su dieci) dalle caselle degli orologi e, con grande rumore, si recavano nei reparti a prelevare i lavoratori “prescelti’. Li portavano nelle loro terribili sedi, o in carcere (i più fortunati).  Andando al lavoro, al mattino, i cittadini vedevano i morti per la strada, fucilati, torturati …..” ( da  Gaetano e Giovanna Gervasio, Un operaio semplice. Storia di un sindacalista rivoluzionario anarchico (1886-1964) .   
Bibliografia : Gaetano e Giovanna Gervasio, Un operaio semplica. Storia di un sindacalista rivoluzionario anarchico (1886-1964)    Zero in condotta, 2011, p. 262

Dopo la seconda guerra mondiale Gervasio  aderì alla C.G.I.L , con altri anarchici, dando vita all’interno di quella organizzazione a "Comitati di difesa sindacale" Nell’ultima fase della sua vita , contribuì  , grazie alla sua  inventività e alla sua abilità nei lavori manuali, alla realizzazione di interessanti esperienze pedagogiche libertarie  all’interno della "Colonia  Serena. Maria Luisa Berneri"  (cfr. post GIOVANNA CALEFFI BERNERI) e, dopo essere andato in pensione a 72 anni ,come volontario, insieme ad altri compagni libertari, tra cui , per esempio  CARLO e DIANA DOGLIO e PIO TURRONI, nel Centro Educativo Italo-Svizzero (CEIS) di Rimini, diretto da MARGHERITA ZOEBELI  e dalla sua vice BARBARA STRATRIESKI e fruttuosamente sostenuto , sotto il profilo pedagogico e culturale,  da LAMBERTO BORGHI e il suo gruppo.   (cfr. brano) 
 Brano da commentare: "La prima volta che mi recai a visitare il CEIS , Margherita Zoebeli, la direttirce, e Barbara Stratrieski,  la sua vice, , mi accolsero subito come un compagno. [...] Il mio compito consisteva nel favorire la realizzazione dei progetti dei ragazzi con piccoli aiuti tecnici (la maggior parte delle volte, tuttavia, lasciavo che scoprissero da soli gli stratagemmi atti a dar vita al giocattolo, o all'oggetto utile, in fabbricazione) e sostenerli quando sorgeva in loro  loscoraggiamento, perché, magari , si erano fissati obiettivi troppo ambiziosi. I ragazzi venivano volentieri in laboratorio e mi facevano dono della loro gioiosa vitalità: arrivavano correndo e schiamazzando, mi buttavano le braccia al collo, poi, di subito seri, si mettevano ai loro posti ai banchetti [...] la serietà con cui si applicavano al lavoro mi suscitava tenerezza. Amavo quella loro serietà, che mi ricordava i miei compagni operai in fabbrica. La mani sono testa, occhi, cuore ... e la testa, gli occhi e il cuore ...sono mani. L'uomo vive la sua vita e il suo lavoro intero, non a pezzetti.  ...." (  Gaetano e Giovanna Gervasio, Un operaio semplice...)

Bibliografia : Gaetano e Giovanna Gervasio, Un operaio semplica. Storia di un sindacalista rivoluzionario anarchico (1886-1964)    Zero in condotta, 2011, p. 324 e p. 332.
                                                                              
                                                  ANTONIO E ALBERTO MORONI
ANTONIO (1892-1971) E ALBERTO (1923-2000)  MORONI . Antonio Moroni, tipografo e sindacalista  rivoluzionario,  la cui liberazione dalle condizioni disumane delle compagnie di disciplina, dove durante il servizio militare, era stato relegato per le sue idee antimilitariste e  rivoluzionarie fu uno degli obiettivi principali della  “Settimana Rossa” del 1914  (cfr post AUGUSTO MASETTI E LA SETTIMANA ROSSA)  sconcertò un anno dopo molti compagni diventando, al seguito di  MARIA RYGER , ALCESTE DE AMBRIS , FILIPPO CORRIDONI  e altri (cfr.  I LA GUERRA MALEDETTA  E ABBASSO LA GUERRA)  un entusiasta interventista e  che fu tra i primi ad andare a combattere come volontario garibaldino  al fianco dei francesi sulle Argonne .  Allo scioglimento del corpo dei volontari  Antonio Moroni tornò in Italia e , arruolato nell’esercito italiano, combatté  al  fronte riportando varie ferite.  Finita la guerra , aderì , per un breve tempo, al fascismo, ma già alla fine degli anni ‘’20, dopo i Patti lateranensi tra il fascismo e il Vaticano,  se ne distaccò, pur godendo ancora di una certa protezione da parte dello stesso  Benito Mussolini e del suo fratello Arnaldo,  , nel nome di un antico passato rivoluzionario comune, .   Ma,  dopo  il patto fascista con la Germania nazista e la conseguente entrata dell’ Italia nella seconda guerra mondiale al fianco dei tedeschi, le sue critiche  al regime divennero sempre più audaci.  Insieme al figlio Alberto,  Antonio Moroni avviò , nella sua  tipografia,  una fitta pubblicazione clandestina di fogli sempre più apertamente antifascisti e antinazisti, tra cui una versione satirica e coraggiosa, per quei tempi,  della canzonetta tedesca, diffusa soprattutto tra i soldati tedeschi, “ Lili Marleen.
 Canzone da commentare :  “ Quando l’Italia si ridesterà /  ed il giogo nero nel fango crollerà / la guerra infame cesserà / la vita alfine sorriderà /  con te o Libertà …. / Con te o Libertà! / Nella notte nera del tempo del Littor / regna sovrana la fame e il disonor, / sangue e miseria non basterà / per farne un trono d’empietà / Con te, o Libertà (due volte) / E i nostri figli costretti dal terror / van con gli assassini dei loro genitor, /  questa è l’infamia che sconterà / chi l’ ha voluta, senza pietà / Con te, o libertà (due volte) / Ma il dì  s’appressa o popolo sovran / che farai ritorno nel consorzio uman, / il marchio nero scomparirà, / il sangue tuo lo laverà / Con te, o libertà (due volte). ( Il canto della rinascita sull’aria di Lili Marleen).
Bibliografia: Dino Taddei, In galera per Lili Marleen,  Bollettino n. 17 Centro Studi Libertari- Archivio Pinelli, luglio 2001, p.23
 Arrestati, nel 1942,  per questa loro  densa  attività antifascista, padre e figlio furono condannati a  5 anni di confino nelle Isole Tremiti.  Amnistiati , in occasione del ventennale della marcia su Roma, ripresero immediatamente la loro attività sovversiva,  e in particolare la promozione di agitazioni sindacali, in un clima che diveniva  sempre più ostile al fascismo. (cfr. brano)
Brano da commentare: “ Quello che più ci colpì nei giorni seguenti , fu la gente profondamente cambiata, nei discorsi e nei comportamenti. Prima, quelli che ci sapevano antifascisti, tenevano le distanze e nel migliore dei casi ci  consideravano pazzi; ora la stessa gente ci veniva incontro con simpatia e si dichiarava solidale con noi. Amici di scuola e di premilitare che prima contestavano le mie critiche alla guerra e al regime, ora si dichiaravo  d’accordo e qualcuno giunse a chiedermi cosa potava fare per la buona causa ….” ( Alberto Moroni, testimonianza sull’ottobre  del 1942 a Milano)
Bibliografia: Alberto Moroni, Antonio Moroni,  una vita controversa dall’inizio del secolo al secondo dopoguerra, Milano 1998 pp. 104-105. Cfr.  Anche testimonianza video di Alberto Moroni in Gli anarchici nella resistenza, Video a cura del Centro Studi Libertari/ Archivio Pinelli,  in collaborazione con la Fondazione Anna Kuliscioff, Milano , 1995.
Dopo il 1943, con la caduta del fascismo e la successiva nascita  nel Nord-Italia della Repubblica di Salò sostenuta dalle truppe d’occupazione tedesche, Antonio e Alberto Moroni parteciparono in stretto contatto con i  gruppi partigiani milanesi alla resistenza  nazi-fascista. Importante fu un loro manifesto rivolto Ai lavoratori   dell’ AltiItalia firmato “ i sindacalisti rivoluzionari “ pubblicato e diffuso tra il febbraio e l’aprile 1945, in cui venivano annunziati alcuni dei principali obiettivi da attuare dopo la, ormai data per certa, vittoria sul nazi-fascismo. (cfr.brano)
Brano da commentare:  “… all’ occupazione dell’ Italia del Nord da parte degli eserciti alleati non segua l’insediamento del governo monarchico repubblicano […] che  il C.L.N.  Sia l’espressione genuina dei Consigli di fabbrica, dei contadini e dei partigiani in armi e non il riflesso dei partiti borghesi del pre-fascismo. […]  “ la convocazione di un’ assemblea costituente, che non avverrà prima della detronizzazione monarchica e completa emancipazione del proletariato da ogni sfruttamento capitalistico mediante la conquista , da parte dei Sindacati di categoria, dei mezzi di produzione e di scambio”  ( tratto da Ai lavoratori   dell’ AltiItalia febbraio7marzo 1945)
Bibliografia: in Cfr.  Mauro De Agostini – Francesco Schirone, Per la rivoluzione sociale. Gli anarchici nella resistenza a Milano (1943-1945), Zero in condotta, 2015 p. 137. Non dispongo purtroppo del libro di   Alberto Moroni, Antonio Moroni,  una vita controversa dall’inizio del secolo al secondo dopoguerra, Milano 1998  (appendice), dove questo documento è riportato integralmente.
In seguito alla diffusione di questo ed altri manifesti i Moroni furono accanitamente ricercati dai nazi-fascisti e sfuggirono ai primi di aprile  del 1945 per un pelo alla cattura e alla morte (cfr. brano)
Brano da commentare : “ ….. Se quella mattina […] fossimo entrati  in ospedale come al solito alle 7 e 30 per iniziare alle 8 il lavoro in tipografia, avremmo trovato  la portineria, bloccata da un corpo speciale  della polizia politica in camicia nera, le  “SS italiane “. Avrebbero chiesto il nostro nome e ci avrebbero arrestato , perché eravamo proprio noi che cercavano. Poi come avevano detto ai lavoratori fermati in portineria ci avrebbero fucilati lì, nella piazzetta fuori dell’ospedale, per dare un esempio a tutti [ …] Eravamo in tipografia con  i pantaloni e la vestaglia nera di lavoro, quando entrò un gruppo di infermieri molto agitati. “ Scappate, scappate!” ci dissero “ da mezz’ora la portineria è bloccata, vi vogliono fucilare, adesso verrano a prendervi in tipografia …” ( Alberto Moroni , memorie)
 Bibliografia: in Cfr.  Mauro De Agostini – Francesco Schirone, Per la rivoluzione sociale. Gli anarchici nella resistenza a Milano (1943-1945) Zero in condotta, 2015 p. 138
MARIA OCCHIPINTI
  Nel Sud d'Italia lo spirito resistenziale si manifestò invece  nel   dicembre-gennaio 1944-45  tra i  soldati siciliani che, dopo il 1943, erano tornati dalla guerra voluta dal re e da Mussolini nei loro paesi. Quando il Governo Badoglio ordinò a questi reduci  di riarmarsi e di andare a combattere nell'’Italia del Nord nel nome del re di Savoia, complice e maggiore beneficiario , per tanti anni, delle infamie di Mussolini,  nacque, spontaneamente,  una rivolta al grido di "Non si parte, non si parte" aggiungendo però "“ma, indietro non si torna", volendo ben chiarire che con il fascismo, la monarchia e un esercito di tipo gerarchico ed  autoritario, la si era finita una volta per tutte. Il partito comunista, per opportunismo, si mise dalla parte del governo , ma molti comunisti di base parteciparono, assieme agli anarchici, alla rivolta.  Tra i rivoltosi  vi erano MARIA OCCHIPINTI  (1921-1996) e  ERASMO SANTANGELO, che , poi, condannato a 23 anni  si “impiccò” (versione ufficiale)  in carcere. La storia di questa pagina quasi sconosciuta della “resistenza alla guerra dei governi “ è stata raccontata da Maria Occhipinti nel suo  bel libro   Una donna di Ragusa”   (1957)  .(cfr. brano)
Brano da commentare : “ Il camion carico di giovani veniva avanti come un carro funebre […] Allora urlai: ”Lasciateli” e mi stesi supina davanti alle ruote del camion “Mi ucciderete, ma voi non passerete” […] Lo stradone in pochi minuti fu pieno di gente eccitata e pronta a tutto. Le autorità di polizia dettero ordine di lasciare andare i giovani e quelli, di corsa, sparirono tra la gente. Ma l’ira dei soldati fu tremenda, spararono sulla folla inerme . Un  giovane comunista mi cadde ai piedi mortalmente ferito. La folla si dileguò. Restarono solo i più coraggiosi e disarmarono i pochi militari che c’erano. …. ( da “Una donna di Ragusa” di  Maria Occhipinti
Bibliografia: Maria Occhipinti “Una donna di Ragusa” Sellerio 1993, pp. 88-89 Cfr. anche il libro /fumetto di  Antonio Mangiafico - Pippo Gurrieri, Non si parte! Non si parte! Le sommosse in Sicilia contro il richiamo alle armi, Sicilia Punto L edizioni , 1991 . .                                                                  
 

 
                                                                                                      


 
 



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